Equilibrio. Il Festival della nuova danza all’Auditorium

Natalia Gozzano

Ho visto molti personaggi muoversi sulla scena: costumi diversi, scene diverse, ritmi diversi… ho sentito parole, molte parole... non sempre interessanti, non sempre necessarie. Talvolta prevalenti sul movimento dei corpi, sulla dinamica della composizione.

Dell’intero festival non parlerò dello spettacolo Dei crinali di Manfredi Perego, di John dei DV8 ne’ della serata dedicata a Kyliàn per il semplice motivo che non ho potuto vederli.

Il Kathelong Cabaret, della compagnia Via Kathelong Dance, resta uno spettacolo visto a distanza, su uno sfondo di etnicità, folclore, ribellione, canzoni, ma dipinto come un programma divulgativo di culture e paesi lontani. Il nome della compagnia è quello di una township cresciuta in uno dei sobborghi a est di Johannesburg: qui ha preso vita una forma di ribellione fatta di musica, danza, parole, abiti. Questo esplosivo miscuglio di creatività (particolarmente efficace il ritmo battuto con le mani sugli stivali di gomma indossati dai minatori- danzatori) viene riproposto sulla scena, affidando a due cantastorie – la cantante, coreografa e performer Hlengiwe Lushaba e l’attore e cantante Siphiwe Nkosi - il racconto delle gesta di questi eroi qualunque di una difficile quotidianità.

La danza è accompagnata e sostenuta dalla musica dal vivo in When the Birds Fly Low, the Wind Will Blow del coreografo portoghese Helder Seabra, una musica di particolare forza e fascino, a momenti più accattivante della stessa danza. Le atmosfere sono avvolgenti, le relazioni fra questi sconosciuti avventori di un luogo remoto colgono il segno di contatti difficili da stabilire, da mantenere. A due a due si avvicinano, si intrecciano e brindano con veemenza fino a far spaccare i bicchieri che il loro ospite, puntualmente, sostituisce per non lasciarli mai col bicchiere vuoto. La lettura dei libri a cui sono costretti, sempre dall’anfitrione che dirige il gruppo, resta irrisolta, sospesa. Spesso è il vortice di una danza sfrenata che li unisce ma, alla fine, è la solitudine a prevalere.

Lol (lots of love) messo in scena dalla compagnia Protein del coreografo italiano di stanza a Londra Luca Silvestrini, dipana, letteralmente, la matassa dei cavi della rete attraverso la quale vengono descritte situazioni tipiche da relazioni internautiche. Il ritmo è vivace, i movimenti spigliati, le tipologie delle relazioni sono modulate sui segnali propri a ciascuna tecnologia di comunicazione (email, skype, twitter, sms…). I personaggi rispondono a questa matassa di contatti con parole, scritte (proiettate su un grande schermo) ed espressioni che portano in evidenza una frenesia inutilmente effervescente.

Più sottile e decisamente divertente il monologo di Cristiana Morganti. La coreografa italiana intesse il suo spettacolo sul gioco autoironico del dialogo tra se’ e l’insofferenza, tra se’ e il dubbio, tra il se’ e la noia, tra il se’ e gli altri, mettendo in ridicolo molti stereotipi che hanno accompagnato il suo percorso di danzatrice nella compagnia della “terribile” Pina Bausch. «E’ vero – domanda la voce registrata dell’intervistatrice Jessica, controparte pettegola e distratta di un mondo della danza preoccupato più del gossip o della prosperità di forme non “classiche” che non della danza stessa – che Pina chiedeva ai suoi ballerini di andare oltre i propri limiti? E’ vero che vi spingeva “esasperatamente” oltre i limiti? Eppure in questa coreografia le parole sono leggere, come la grazia di questa esuberante danzatrice, e non tolgono nulla al corpo, anche quando sta fermo. Perché è un corpo che sa parlare, anche da fermo, anche “con” le parole. Come quando ferma, in piedi, fumando una sigaretta, il video di una fiamma proiettata sull’abito di tulle bianco sale sempre di più a bruciare la superficie di questo corpo o della sua idea.

Lo scenario cambia completamente con Yama dello Scottish Dance Theatre di Damian Jalet. Ritmo potente, assordante, inesorabile: questa danza toglie il respiro, trascina in un caleidoscopio di immagini senza appello, senza alternativa. Sento stridere qualcosa dentro le mie viscere, il risucchio del cerchio magico su cui si muovono questi esseri mostruosi diventa il mio spazio. Osservo questi strani corpi che dopo una nascita podalica non trovano altra forma che non sia quella della deformità, nello spasimo di braccia e gambe che non sanno cosa essere, che spuntano da corpi non umani, come creature uscite dal pennello di Jeronimus Bosch. Il ritmo con cui si muovono questi esseri pre-umani, di cui non vediamo mai il volto, coperto da un tessuto che sostiene una capigliatura lunghissima, pesante, di un biondo albino, si dipana in strutture ondulatorie, simmetriche, incalzanti: di grande suggestione il momento in cui tutti gli otto danzatori si raccolgono al centro del cerchio e si muovono come un solo corpo formando figure simmetriche che partono dal centro, come fossero un unico grande caleidoscopio, seguendo il percorso dello sviluppo simmetrico della natura.

Ad un certo punto, sempre danzando, attraverso un mirabile cambio di costume in scena impossibile da percepire, quasi fosse una vera metamorfosi, i ballerini perdono la folta e pesante capigliatura per raggiungere una forma e movimenti più simili alla condizione umana. Eppure, piano piano, il vortice primordiale da cui erano usciti li riassorbe uno ad uno e anche l’ultima coppia, in cui lei si affida a lui per resistere, non ha scampo e lui la lascia andare… Non c’è speranza di affrancamento dalla condizione primordiale, non c’è possibilità di vita umana.

La coppia di danzatori Gregory Maqoma e Roberto Olivan di Lonely Together racconta due storie diverse: drammatica, nervosa, forte quella di Gregory Maqoma, allegra, divertente, scanzonata quella di Roberto Olivan. Il dialogo fra questi due personaggi così diversi si apre e si chiude, a volte sembra possibile, in altri momenti invece le loro strade paiono potersi incrociare ma restano distanti. Ognuno però rimane con una forte identità ed è capace di comunicarla in modo diretto e sincero.

Dopo una lunga pausa, l’ultimo appuntamento è stato con l’ “addio alle scene” dell’étoile Sylvie Guillem, impegnata in Life in Progress , una composizione con diverse coreografie: di Akram Kahn, Mats Ek, William Forsythe e Russell Maliphant. Di particolare interesse ho trovato Techne di Akram Kahn: un geniale dialogo tra la danzatrice e un microfono montato su un’asta metallica che sembra animato e  intorno al quale la danza si fa gioco e sfida, supplica e divertimento. Duo di William Forsythe è danzato da Brigel Gjoka e Riley Watts, che si muovono con un’energia elastica, ritmica e armoniosa. Altra composizione a due, a firma di Russell Maliphant, vede protagonista, oltre a Guillem, Emanuela Montanari, danzatrice del Teatro alla Scala e infine il pezzo più commovente, Bye di Mats Ek. Una emozionante scenografia con una porta luminosa che si fa filtro per passaggi tra dimensione diverse: ingrandendo a dismisura l’occhio della danzatrice, oppure allontanandone la figura in uno spazio indefinito,  le permette di entrare e uscire tra il luogo dell’ignoto, del passato, del privato a quello del palcoscenico. Sylvie Guillem si muove sulla scia di una luce che taglia trasversalmente il palco per poi allontanarsi oltre la soglia luminosa e misteriosa della porta lasciando dietro di sè un chiarore abbacinante, un vuoto, un abbandono.