Daniela De Dominicis

Dal 2008 il Castello di Versailles ospita ogni anno il lavoro di un artista contemporaneo mettendogli a disposizione tutti gli ambienti della reggia nonché gli 800 ettari del parco. Una sfida titanica già sostenuta da artisti di fama come, tra gli altri, Jeff Koons nel 2008, Giuseppe Penone nel 2013 -con memorabili installazioni nel giardino- o Anish Kapoor che lo scorso anno ha presentato un lavoro divenuto fin da subito oggetto di aspre contestazioni.

Quest’anno la scelta del curatore Alfred Pacquement è caduta sul danese Olafur Eliasson che ha optato per un dialogo serrato con la poetica barocca di Le Vau, Hardouin-Mansart e Le Nôtre, i grandi architetti del Re Sole. L’effetto di moltiplicazione degli spazi, il gioco di riflessi, lo stupore e lo spaesamento percettivo incarnati dalla magnifica residenza di Versailles, sono ciò che ha ispirato gli otto interventi concepiti dall’artista in quest’occasione. Ma in realtà sono anche le tematiche che hanno costituito i temi di fondo di tutti i lavori di Eliasson fin dagli esordi. Come dimenticare infatti il grande disco solare che ha illuminato la Turbine Hall a Londra nel 2003 (The weather project) e che lo ha reso famoso; oppure il modo in cui ha dilatato e trasformato gli spazi del Martin Gropius a Berlino nel 2010 (Innen Stadt Aussen) in cui era difficile distinguere l’architettura vera da quella illusoria. Ma il gioco di corrispondenze che qui è riuscito a creare con la residenza di Luigi XIV conferisce alle opere un valore aggiunto, finendo per attribuire loro delle valenze inedite.

Nel Grand Canal la cascata di 40 metri che sembra precipitare dal nulla –la massa idrica scrosciante nasconde la struttura montante sul retro– acquisisce la forza e la complessità di un mirabolante gioco d’acqua barocco, un aspetto che l’analogo lavoro newyorkese del 2008 (The New York City Waterfalls) certamente non evocava. Le altre due installazioni all’esterno, a costituire un ideale trittico, mantengono l’attenzione sul tema dell’acqua nella versione solida e vaporizzata. Il Bosquet de la Colonnade presenta infatti una pavimentazione morenica –la terra che emerge quando i ghiacciai si sciolgono– proveniente nella fattispecie dalla Groenlandia; mentre il Bosquet de l’Étoile ospita una densa nebbia (prodotta da una complessa struttura non sempre purtroppo funzionante) nella quale i visitatori spariscono completamente alla vista. Anche in questo caso si tratta di elementi ricorrenti nel lavoro dell’artista, basti ricordare il ghiaccio artico lasciato sciogliere nella piazza del Pantheon a Parigi nel 2015 per denunciare l’emergenza climatica o la coltre di nebbia in cui ci si doveva muovere, mettendo alla prova le proprie capacità percettive, nella già ricordata personale berlinese nel 2010. Ma nel giardino di Versailles questi incontrollati elementi naturali –l’acqua, la nebbia, il ghiaccio– ricondotti all’interno di spazi geometrici sembrano riproporre lo storico dialogo tra il giardino inglese e quello francese in cui si muovevano i giardinieri dell’Ancien Régime ed attingono la levità e la giocosità dei marchingegni teatrali come quelli messi in campo per la corte da André Le Nôtre.

L’illusionismo percettivo, fatto di luci e di specchi, è alla base dei cinque lavori distribuiti all’interno della reggia. Il più spettacolare è senza dubbio Your sense of unity realizzato alla fine della famosa galleria degli specchi. Una sapiente disposizione di lastre riflettenti moltiplica radialmente i 73 metri della galleria creando un’infinità di infilate prospettiche. L’espediente del riflesso utilizzato da Hardouin-Mansart per duplicare le diciassette finestre presenti, viene così amplificato a dismisura, suscitando quasi un senso di vertigine. Meno riuscita è la riproposizione di un lavoro del 2010 che, con una parete esterna specchiante, vuole duplicare il Salon d’Hercule (The curious museum). In questo caso la ricchezza della sala soffoca completamente la parete riflettente di Eliasson. L’originale collocazione presso il Martin-Gropius-Bau raggiungeva un effetto spiazzante di ben altra entità.

Il resto degli interventi sono i complessi giochi di luci a cui Eliasson ci ha da tempo abituati. Come sempre è necessaria molta attenzione per riuscire a capirne il meccanismo, per distinguere ciò che è vero da ciò che è illusorio o riflesso. Una fruizione consapevole e determinata quella sollecitata dall’artista, senza la quale l’opera ci sfugge completamente.

Una riflessione infine al lavoro formalmente più semplice ma concettualmente più complesso dell’esposizione, The Gaze of Versailles (Lo sguardo di Versailles).

Semplice perché si tratta unicamente di due globi oculari in metallo con l’iride vitrea, fissati su una delle finestre del pianterreno, nella Galerie Basse. Concettualmente il più complesso per diverse ragioni. Innanzi tutto non ha nulla della spettacolarità dei consueti lavori di Eliasson, di ciò che li rende subito empatici ed accattivanti; viceversa per le dimensioni ridotte passa quasi inosservato, bisogna cercarlo con determinazione e pazienza vista anche la (voluta?) totale mancanza di segnalazioni. In secondo luogo il significato è ermetico, suscettibile di interpretazioni diverse. Cosa vogliono dirci questi due occhi di metallo dentro i quali non si vede nulla, solo la nostra immagine riflessa nel vetro dell’iride? L’unico elemento a disposizione per orientarci è fornito dal titolo «Lo sguardo di Versailles». Un tempo la Reggia, per quanto magnifica e seducente, è servita per tenere sotto controllo i nobili che ci hanno vissuto; oppure è semplicemente un ribaltamento dei punti di vista, da osservatori diventiamo osservati. In ogni caso è un modo per invitarci a riflettere sui ruoli e sul rapporto con il potere, un meccanismo che può sfuggirci di mano senza che ne siamo consapevoli.

Ottobre 2016