Alcuni spunti di riflessione

Elisa Anzellotti

 

L’anno 2015 è stato caratterizzato da una serie di distruzioni di opere d’arte, per certi versi molto simboliche.

Il 22 giugno 2015 giunse la conferma della completa distruzione, da parte della DPR (Donetsk People’s Republic), dell’istallazione dell’artista camerunense Pascale Marthine Tayou, intitolata “Make Up!”. Questa creazione faceva parte del progetto del 2012 “Where is the Time?” e rappresentava un rossetto gigante che incoronava la ciminiera di una fabbrica, dove aveva sede un centro culturale. Quest’opera era il riconoscimento al fondamentale ruolo delle donne della regione del Donbass nella ricostruzione di Donetsk (Ucraina) dopo la guerra. Ciò emergeva con forza dalle parole dello stesso artista: “Ho notato che, grazie al coraggio delle donne ucraine, Donetsk è rinata dalle proprie ceneri dopo la guerra e volevo riprendere i loro simboli di amore e di speranza perché, dal mio punto di vista, Donetsk non è solo una città di miniere e di metallo. E’ anche un’isola di sogni, pronta a condividere i suoi tesori nascosti”.

Hanno subito la stessa sorte, per mano di coloro che occupano Donetsk e Izolyatsia, anche altre opere del medesimo progetto: ‘Ce n’est rien…’ di Kader Attia, ‘Dans les filets, la couleur’ e ‘Cabane-Lanterne’ di Daniel Buren, ‘Invisible Train’ e ‘Bank’ di Leandro Erlich, ‘Tanoura’ di Moataz.

Questi sono solo alcuni esempi, ma c’è da chiedersi quante altre realtà possano esserci, che non compaiono alla ribalta della cronaca e che scompaiono nel silenzio? Quanti sanno di queste distruzioni? Forse neanche tutti fra gli addetti al settore… Combinazione di una iconoclastia distruttiva, di cui rimangono esili tracce, con quella al contrario, di eccesso di eventi, di surplus di informazione su quanto accade, tanto da travolgersi l’una con l’altra? E, ancora, quale futuro ha l’arte contemporanea se il passato viene cancellato e il presente travolto?

Non è certo una novità che delle opere d’arte siano soggette ad atti vandalici, soprattutto quando hanno una forte valenza politica (si pensi anche al Nazismo e alla distruzione dell’arte contemporanea non rispondente alle idee del regime, ma anche a numerose altre azioni di censura politica ed ideologica). Le motivazioni che portano a queste azioni possono essere di varia natura: come protesta, come gesto artistico (ad es. Erased de Kooning drawing del 1953 di Robert Rauschemberg), o solo frutto di azioni scellerate compiute da persone con disturbi mentali (si pensi all’attacco alla Pietà di Michelangelo) e via dicendo.

Sarebbe scorretto non riconoscere che, negli ultimi decenni, si sono moltiplicate le riflessioni su queste tematiche che si possono definire “iconoclastie moderne”, per riprendere il titolo di un interessante testo di Dario Giamboni del 1983 - utile riferimento nell’accostarsi a questo tema - Un iconoclasme moderne: théorie et pratiques contemporaines du vandalisme, ed anche l’altro suo scritto, dove fa numerosi esempi di distruzioni perpetrate a vario titolo, The Destruction of Art :Iconoclasm and Vandalism since the French Revolution(1).

E anche Okwui Enwezor, curatore della 56° Biennale di Venezia, conclude il suo testo nel relativo catalogo con un epilogo in cui tratta proprio di "iconoclastie", "iconofobie" e "iconofilie".

Tutto ciò porta ad interrogarci sulla storia delle distruzioni delle opere d’arte che sembra possano essere declinate e distinte in due macro filoni: la “distruzione dell’arte” e l’”arte della distruzione”.

Per quanto riguarda quest’ultima affermazione, l’arte della distruzione, notiamo come dall’astrattismo in poi, ci sia stata la tendenza alla negazione dell’immagine e dell’opera d’arte stessa (si pensi ai Readymade, all’”arte per l’arte” e tutto il processo di mercificazione dell’arte discusso a partire da Charles Baudelaire, via, via fino a Karl Marx, e a Guy Debord), giungendo alla creazione di vere e proprie opere a tempo, con una scadenza, opere che si autodistruggono o che “firmano” un loro testamento biologico e proclamano a gran voce un “diritto all’eutanasia”.

Questo è frutto dei nostri tempi che tutto travolgono e l’arte, che ne è specchio, ne è anche piena espressione. La negazione dell’immagine può essere una risposta a quel bombardamento visivo cui siamo soggetti. Si parla non a caso di ingordigia dello sguardo, di “inquinamento visivo” (per riprendere la nozione istituita in Francia nel 1979), ma anche di “iconoclastia al contrario”, vale a dire la distruzione della potenza dell’immagine per un suo eccessivo utilizzo che porta ad uno svuotamento delle immagini di tutto il loro senso. Teorico di riferimento è sicuramente Jean Baudrillard il quale, nel saggio La sparizione dell’arte arriva ad affermare: “Come i barocchi, noi siamo creatori sfrenati di immagini, ma segretamente siamo iconoclasti. Non di quelli che distruggono le immagini, ma di quelli che ne fabbricano a profusione dove non c’è niente da vedere” (2).

Nel medesimo testo vengono affrontati altri temi come: "il grado Xerox della cultura", il "vanishing point" e, in generale, la "sparizione dell’arte". Questa traiettoria speculativa è stata inaugurata da Hegel, che già parlava della “rabbia di sparire” e di arte impegnata nel processo di sparizione.

Sparizione e distruzione dunque, si rivelano due facce della stessa medaglia. Anche se, secondo alcuni, la prassi della distruzione nell’arte non è da intendersi letteralmente come la distruzione dell’arte (Gustav Metzger sosteneva che: “destruction in art did not mean the destruction of art”).

La distruzione diviene centrale nell’evoluzione di alcuni artisti e nella concezione dell’arte. Banalmente si può riferire come lo stesso Picasso riflettesse su come la pittura fosse una sommatoria di addizioni e, al contrario, la sua pittura fosse divenuta una sommatoria di distruzioni.

Sarebbe estremamente interessante avviare una profonda valutazione psicologica, estetico-filosofica, ecc… su queste iconoclastie moderne, concentrandosi sul fenomeno iconoclasta propriamente detto, dunque sull’aspetto testuale della distruzione.

Sappiamo bene che il termine “iconoclastia” indica all’origine un periodo storico dove, proprio per motivi politici religiosi, si assiste ad un’avversione nei confronti delle immagini, derivata da un prendere alla lettera alcuni passaggi di testi sacri che proclamavano una irrapresentabilità di Dio. E se questo divieto sembra comune alle tre religioni monoteiste: la cristiana, l’ebraica e la musulmana, la confusione in materia è tanta.

Confusione che perdura perché, ancora oggi, vediamo perpetrare atti iconoclasti nei confronti di patrimoni dell’umanità in nome della religione, che in realtà non c’entra molto.

Nel Corano non ci sono prescrizioni nette contro l’immagine. Si denuncia spesso l’idolatria (al-âçnâm), ma è anche vero che i termini immagine (çûra) e rappresentazione (rasm) sono assenti dal contesto. Tuttalpiù si possono riscontrare certi passaggi dove gli idoli sono assimilati a statue o steli, la cui venerazione è ovviamente proibita (Corano XXI, 52; XXXIV, 13).

Bisogna arrivare alla tradizione islamica dei secoli VII e VIII e alle raccolte di hadith, codificate nella seconda metà del IX secolo, per trovare dei testi più espliciti in tal senso.

Forse è a questi che si rifanno ancora oggi gli estremisti che distruggono statue, siti archeologici, ecc. o forse è solo perché sanno che così colpiscono la sensibilità dell’Occidente.

Potremmo ravvisare l’inizio di questa nuova iconoclastia, spettacolarizzata con il clamoroso bombardamento dei Buddha di Bamiyan nel 2001 in Afghanistan, (triste preannuncio dell’attacco alle torri gemelle). Da lì si è passati ad una escalation di barbarie, fino ai recenti accanimenti contro statue e reperti archeologici a colpi di mazze, come a Mosul il 26 febbraio 2015, ai roghi di libri o alla distruzione di interi siti archeologici (ad es. Palmira in Siria il 21 maggio 2015) e di nuovo – come accaduto ad inizio 2015 con la strage a Parigi nella redazione di Charlie Hebdo, per la questione delle vignette dove era raffigurato Maometto - all’estensione della furia iconoclasta agli uomini che in qualche modo sono strettamente legati a tutto ciò. Si pensi ancora alla decapitazione del capo del sito archeologico, l’archeologo Khaled Asaad (19 agosto 2015), le cui colpe erano di avere rappresentato la Siria in quelle che loro definivano “conferenze della blasfemia” e di essere direttore del sito archeologico.

Ampio dibattito si è scatenato su questi eventi: da chi sosteneva non fossero vere le opere colpite e che dietro ci fosse un commercio di arte, a chi non vi vedeva motivazioni religiose bensì di altra natura (economiche, politiche, ecc.), ma comunque comune e totale è stata l’indignazione.

Questi scempi sono equiparabili a crimini contro l’umanità, non a caso atti simili sono stati in passato oggetto di sentenze giuridiche. Ricordo ad esempio che il tribunale penale per la ex Yugoslavia, ripreso da una successiva Dichiarazione UNESCO del 17 Ottobre 2003, a questo proposito, ha riconosciuto la distruzione deliberata del patrimonio culturale della parte avversaria come appartenente alla categoria dei crimini contro l’umanità. Queste azioni infatti determinerebbero conseguenze negative sull’identità culturale delle comunità coinvolte, mettendone in pericolo, in qualche caso, la stessa sopravvivenza. Ed è recente (17 ottobre 2015) il riconoscimento, da parte sempre dell’UNESCO, della proposta italiana per l’istituzione dei caschi blu della cultura. Nelle missioni di pace dell’Onu dunque verrà inclusa anche la protezione del patrimonio culturale che necessita di soldati che materialmente lo proteggano.

Sul tema, nelle disquisizioni sui patrimoni culturali immateriali (PCI), c’è chi afferma, in modo provocatorio, che il patrimonio immateriale in realtà sia da considerarsi più forte, sotto alcuni punti di vista, rispetto a quello materiale, perché mentre le statue possono essere distrutte con mazze e bombe (e viene appunto citato il caso dei Buddha), la memoria no. Occorrerebbe distruggere un popolo, e tuttavia, per quanto questo possa sembrare impossibile, la storia ci insegna che non sono mancati tentativi del genere…

Oggi potremmo chiederci anche cosa sarà dell’arte e della cultura di tutti quei popoli costretti ad abbandonare le loro terre e cercare rifugio altrove…

Dove arriverà e cosa produrrà questa devastazione della cultura e della memoria?

“Ai posteri l’ardua sentenza”, anche se la responsabilità di ciò che arriverà al futuro è la nostra, e dipenderà da quanto e come sapremo contrastare le forze che sembrerebbero voler annientare la memoria collettiva lontana e vicina.

1)Dario Gamboni, The Destruction of Art: Iconoclasm and Vandalism Since the French Revolution, Reaktion Books, London, 1997.

2) Jean Baudrillard, La sparizione dell'arte, Abscondita, Milano, 2012.