Daniela De Dominicis

Cominciamo dall’inizio. Cosa sono le città e quando si sono sviluppate?
Due domande che possono implicare risposte molteplici in funzione delle coordinate spazio temporali utilizzate, oppure in relazione agli aspetti economici, produttivi o sociali presi in considerazione. Una impasse storiografica così complessa che da tempo gli urbanisti hanno pensato di aggirarla assumendo il concetto di città come una sorta di archetipo alla base della vita associata (1). Non è un caso quindi che l’incipit del testo The Endless City(2) prodotto dal gruppo di ricerca The Urban Age Project della LSE (London School of Economic) sia proprio: “In principio era la città….”.
Ma quale ne sia l’origine origine, le trasformazioni presenti e future dei centri urbani sono oggetto di attenta analisi ad opera dei più qualificati centri di ricerca e di convegni internazionali (3), poiché è proprio sulla gestione e progettazione urbana che si gioca il futuro dell’intero pianeta.
L’urbanistica moderna risale alla seconda metà del diciottesimo secolo, conseguenza diretta dello sviluppo industriale che innesca un inurbamento senza precedenti con agglomerati che “nascono e si raddoppiano in una generazione”(4). In questa fase, città rimaste immutate per secoli esplodono repentinamente e l’impreparazione dei governi ad affrontare un fenomeno di queste proporzioni, unita ad inevitabili speculazioni, si traducono ben presto in emergenze sociali e igienico-sanitarie(5).   In quest’epoca si sviluppa il pensiero utopistico delle città ideali(6), ma prendono avvio anche iniziative concrete per migliorare le condizioni di vita nei centri urbani esistenti, dando luogo alle prime normative urbanistiche. Gli architetti che nel corso del XIX e del XX secolo hanno ragionato sulle città hanno sempre proposto insediamenti con un numero di abitanti limitato (7), requisito ritenuto fondamentale per poter amministrare un territorio in modo equilibrato e proficuo.
Ma il fenomeno dell’inurbamento, che ha messo così a dura prova i centri urbani all’inizio dell’era industriale, in realtà non è mai venuto meno, anzi. Si calcola che nel 1900 solo il 10% della popolazione vivesse nelle città, nel 2007 circa il 50%, mentre nel 2050 l’inurbamento riguarderà il 75% degli abitanti mondiali quando si prevede che la popolazione avrà raggiunto 9 miliardi contro i 7 attuali e il 90% di questa crescita avverrà in Africa e in Asia (8).
Tutto ciò delinea uno scenario inquietante che pone problemi complessi: abitativi, alimentari, energetici, di trasporto, di inquinamento, di gestione degli spazi e di sicurezza. Città come Lagos, Mumbai o Kinshasa – i centri che stanno attualmente conoscendo la maggiore espansione – ogni ora si arricchiscano di 50-60 persone, rendendo impossibile il computo esatto degli abitanti. Gli ultimi arrivati vanno per lo più ad aumentare le periferie che si espandono con costruzioni di fortuna a bassa densità. La contrapposizione centro/periferia non è tuttavia sempre applicabile: ci sono zone di povertà e marginalità anche in alcuni centri urbani, così come esistono periferie ricche. Ma la distribuzione orizzontale degli insediamenti – il cosiddetto fenomeno dello sprawling – siano essi villette residenziali borghesi o baracche poverissime, implica un’occupazione di suolo ingiustificata e preoccupante, sottratta al verde e all’agricoltura. Un aspetto già affrontato da Gropius e Le Corbusier che avevano progettato costruzioni pluripiano proprio per ottimizzare gli spazi e i costi dei servizi. San Paolo, Rio de Janeiro o Città del Messico hanno conosciuto un’espansione 4/5 volte superiore alla crescita della popolazione, a dire che il raddoppio degli abitanti, ha dato luogo ad una città quintuplicata nelle dimensioni (9). Questo implica grandi distanze: a San Paolo si impiegano in media quattro ore al giorno per raggiungere il luogo di lavoro.
La grande sfida futura sarà la distribuzione delle ricchezze, intendendo con ciò in primo luogo quella alimentare ed idrica. Attualmente 800 milioni di persone soffrono la fame mentre il 30% di ciò che si produce viene sprecato(10). Non è raro vedere, come a San Paolo, una distesa di slum senza acqua né luce, in prossimità di grattacieli residenziali in cui ogni unità immobiliare è dotata di piscina privata. Zone ricche che difendono i propri privilegi con mura di confine, cancelli, videosorveglianza, vigilanza armata.
Tutto ciò, anche alla luce delle migrazioni epocali dall’Africa e dal Sud Est asiatico cui stiamo assistendo, lascia intravedere prospettive di disordini sociali preoccupanti. Le scelte urbanistiche promosse dalle amministrazioni sono dunque fondamentali anche per la prevenzione di questo genere di conflitti.
Nell’ambito dei convegni internazionali cui si è fatto riferimento all’inizio, è emerso nettamente che l’unico modo per contrastare l’espansione a macchia d’olio delle città è procedere alla densificazione del già costruito, ovvero all’intensificazione edilizia. Operazione quest’ultima che può attuarsi anche recuperando le aree dismesse di cui le città abbondano, come le zone di risulta, le ex fabbriche, i palazzi abbandonati, le stazioni e le strade ferrate inutilizzate, etc.
Secondo cardine degli orientamenti urbanistici recentemente condivisi è puntare alla creazioni di quartieri socialmente misti. Le aree abitate da classi sociali eterogenee sono quelle che risultano più vitali. Anche una zona esclusiva come il centro di Manhattan a New York ha visto l’amministrazione cittadina intervenire per imporre una percentuale di alloggi a costi sociali nettamente fuori mercato (11). Questo evita che intere zone urbane si svuotino dei vecchi abitanti che non possono permettersi l’aumento dei costi, per far posto a massicci investimenti esterni che snaturano completamente l’essenza del luogo. Questo shopping immobiliare di lusso è iniziato alla fine degli anni ’80, la meta più ambita è stata finora Londra – e la Brexit ha contribuito a facilitare gli investimenti esteri a causa della svalutazione della sterlina (12) – in seconda posizione New York, a seguire Hong Kong, Singapore, Dubai (13), ma questa corsa all’investimento si è rivelata un boomerang per queste città che hanno visto alcune zone perdere la vitalità che le caratterizzava e trasformarsi velocemente in un deserto. Così come si sono rivelati altamente problematici i quartieri ghetto nei quali sono state confinate le fasce sociali più povere(14).
Contraddicendo inoltre la logica della zonizzazione di marca razionalista, si è ormai da tempo optato per perseguire l’ibridazione di funzioni diverse. Ogni area urbana deve cioè contenere tutte le funzioni vitali di una città: le residenze, il verde, le aree ricreative, i luoghi di lavoro, gli impianti sportivi, i centri di istruzione, di culto, etc. Tra gli esempi di aree industriali recentemente recuperate e progettate a vocazione mista vanno ricordate: Nordhaven nella penisola di Øresund a Copenaghen, Västra Hamnen a Malmö, Hammarby Sjostadt a Stoccolma, HafenCity ad Amburgo e, in corso d’opera, la zona londinese compresa tra la stazione di Saint Pancras e quella di King’s Cross, il cosiddetto Knowledge Quarter (KQ). In quest’area depressa e abbandonata per anni, sorgeranno nell’arco di alcuni lustri 13 mila nuove abitazioni ma anche 5 mila posti di lavoro. Qui Google impianterà la sua sede centrale con otto mila impiegati, l’University of the Arts London vi ha aperto una sede che coinvolge cinquemila studenti. Londra scommette quindi su economie diverse non più legate esclusivamente alla finanza e alle banche. In quest’area sono previsti investimenti privati per 3 miliardi di sterline ma tutti gli spazi dovranno mantenersi accessibili, niente muri dunque, né sorveglianza armata bensì un settore urbano aperto e connesso (15).
Ulteriore elemento indicato dagli urbanisti come basilare per una città virtuosa è il sistema dei trasporti pubblici. Un’espansione incontrollata implica un ricorso a mezzi esclusivamente privati con conseguenze di traffico e di inquinamento prevedibili. L’esempio ricorrente sulle capacità migliorative di un trasporto pubblico efficiente è quello delle due città colombiane di Bogotà e Medellin, fino al 2000 paralizzate dall’alto numero dei veicoli privati in circolazione. Il governo ha scommesso su un trasporto pubblico veloce, il sistema TransMilenio, organizzato come una metropolitana di superficie, che ha facilitato le connessioni interne al punto tale da avere effetti contenitivi non solo sul traffico ma anche sulla criminalità. Altro esempio di grande interesse è il Metro Cable sperimentato a Caracas dagli architetti Urban-ThinkTank che nel 2008 hanno realizzato un teleferica con 50 cabine per collegare la collina del Barrio 903 – in cui vivono 600 mila persone, parte della gigantesca favela della città – con il centro in appena 20 minuti (16).
Il sistema dei trasporti viene ritenuto così importante che l’amministrazione londinese non dà concessioni edilizie se non per le zone già raggiunte dai mezzi pubblici.
Il controllo dello sviluppo dei centri urbani, il contenimento dell’inquinamento (17), l’integrazione e il dialogo tra le diverse classi sociali, sembra quindi essere la grande sfida del futuro prossimo e può tradursi in un’opportunità che sarebbe pericoloso non saper cogliere.

Luglio 2017



1) URBAN@iT, Secondo rapporto sulle città, Il Mulino, 2017.
2) The Endless City, Phaidon 2007.
3) Sulle tematiche delle mega città: Living in the Endless City, Phaidon 2011; Pedro Gadanho (a cura di), Uneven Growth – Tactical Urbanisms for Expanding Megacities, MoMA, NY, 2014-15; Report from Cities: Conflicts of an Urban Age, atti del Convegno nell’ambito della 15. Biennale, Venezia, 2016; The New Urban Agenda-Habitat III, Quito, 2016; “Le Monde” ha istituito Les Prix internationaux de l’innovation – Smart Cities assegnato il 2 giugno 2017 a Singapore nell’ambito di un convegno internazionale; il 30 maggio 2017 ha dedicato un numero monografico alle mega cities.
4)Leonardo Benevolo, Le origini dell’urbanistica moderna, Laterza 1963, pag.24. “Londra aveva già alla fine del ‘700 un milione di abitanti, e nel 1841 ne contava 2.235.000, superando ogni altra città presente e passata”, ibidem pag. 22.
5) Ultime grandi epidemie di colera si sviluppano ancora nel 1832 a Parigi e nel 1853-54 a Londra.
6) Tra i grandi utopisti si ricordano: Robert Owen, Claude-Henri de Saint-Simon, Charles Fourier, Etienne Cabet, Jean Baptiste Godin, Arturo Soria Y Mata.
7) Le città giardino di Ebnezer Howard (1898 e 1902) sono pensate per 30 mila abitanti; la città industriale di Tony Garnier (1917) ne prevede 35 mila; la città ideale di Le Corbusier del 1922 è ipotizzata per 3 milioni di abitanti, ma quando costruisce Chandigarh, a partire dal 1951, la progetta per un numero decisamente più contenuto, 150 mila persone; F.L. Wright in Broadacre City (1934) prevede 1400 famiglie, con una densità di 5-7 abitanti per ettaro.
8) Report from Cities: Conflicts of an Urban Age, atti del Convegno nell’ambito della 15. Biennale, Venezia, 2016
9) Nel corso del XX secolo la città di San Paolo è cresciuta del 8000%.
10) I dati sono stati forniti nell’ambito dell’Expo’ 2015 Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita.
11) Si tratta del complesso MY Micro NY a Carmel Place sulla 27esima strada costruito nel 2016 da nARCHITECTS.
12)Risale al mese di maggio 2017 l’acquisto del Leadenhall Building, il grattacielo progettato da Rogers Stirk Harbour + Partners, comunemente chiamato Cheese grater, ad opera di una società cinese per il costo decisamente contenuto di   un miliardo e mezzo di euro.
13) I dati sono forniti dalla società di consulenza immobiliare Knight Frank nel suo Wealthy report e dal sito NewWorldWealth, report 2016.
14) Basta ricordare i moti di rivolta scatenatisi a Clichy-sous-Bois nell’ottobre del 2005 poi echeggiati nel dipartimento di Senna-Saint-Denis e in altre città della Francia.
15) Le informazioni su questo progetto londinese sono state fornite da Ricky Burdett durante la conferenza Progettare la Open City. La Londra post Brexit, il 6 maggio 2017, nell’ambito del ciclo di incontri Le Storie dell’Architettura. Le città del Mondo, MaXXI, Roma.
16) Urban-ThinkTank. Fly me to my barrio, “Domus”, 22 aprile 2010.
17) Si calcola che il 75% di CO2 venga dalle città.