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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

Arkadi Zaides in The Cloud al Teatro Spazio Rossellini di Roma

Marzia Failla
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La dimensione post-umana del corpo nell’era dell’Antropocene ha stimolato a più riprese il lavoro dell’artista, coreografo e ricercatore di origine bielorussa Arkadi Zaides.
Egli, nel considerare l’esule tragitto del corpo eclissato dagli avanzamenti scientifico-tecnologici e atrofizzato dalla contaminazione strutturale che oscilla tra reale e virtuale, si è interrogato su come il campo del performativo possa costituirsi in quanto fronte di resistenza.
Le condizioni iper-oggettuali legate alla crisi climatica e al progresso tecnologico contornano il soggetto contemporaneo e pongono la questione della corporeità in quanto confine da esplorare, entità limitrofa, di trapasso identitario, tra il reale traumatico e il virtuale percepito.
The Cloud è l’ultimo lavoro di Arkadi Zaides che ha voluto riflettere proprio su questi temi: è  stato presentato a Gent, in Belgio, con una residenza presso LaGeste, oltre che al Festival di Danza di Montpellier e al FIT - Festival Internazionale di Teatro - di Lugano, in Svizzera (1); in Italia è stato rappresentato per la prima volta a Roma e in particolare al Teatro Spazio Rossellini, grazie al Centro Nazionale di Produzione della Danza Orbita | Spellbound, nell’ambito della rassegna Corpi in ascolto, lo scorso 21 novembre 2024.
Arkadi Zaides (Homel, 1979) è un artista, ricercatore, coreografo e performer nato in Bielorussa e emigrato successivamente in Israele. Ha lavorato, tra le altre, con prestigiose compagnie di danza contemporanea tra cui la Batsheva Dance Company, con sede a Tel Aviv, anche se dal 2014 ha iniziato a svolgere la sua carriera da coreografo indipendente; inoltre sta concludendo un dottorato di ricerca con l'Università di Anversa e l'Università di Gent, dal titolo Towards Documentary Choreography - Intermedial Approaches in Working with Extra-Aesthetic Materials (2).
Tra i suoi progetti più interessanti: tra il 2010 e il 2011 ha realizzato a Gerusalemme New Dance, in collaborazione con la coreografa Anat Danieli, con cui ha supportato e finanziato il lavoro di coreografi emergenti; ha dato vita a Moves Without Borders, con il Goethe Institut di Israele, con cui ha coinvolto coreografi di avanguardia in un progetto destinato a far dialogare differenti città in Israele, tra il 2012 e il 2015; con la scrittrice Sandra Noeth ha lavorato poi a Inscription Violence, tra il 2015 e il 2018, con cui ha indagato l’influenza della violenza sul movimento del corpo.
Arkadi Zaides ha continuato a lavorare, anche con il suo ultimo progetto The Cloud, sulla messa in discussione dei confini geopolitici contemporanei dando vita, nell’arco delle sue performance intermediali, a delle pratiche di resistenza con cui problematizzare la violazione dei diritti umani sul corpo, in particolare sul corpo migrante.
La sua pratica di “coreografia documentaria” ibrida insieme, come suggerisce il termine stesso, il linguaggio coreografico e la forma del documentario, integrandoli in un’esperienza artistica che trascende il territorio della coreografia canonicamente inteso (3) e si focalizza sulla scrittura del corpo nello spazio attraverso il movimento.
Egli utilizza la metodologia coreografica proprio come pratica incarnata con cui approfondire l’esame sulle emergenziali questioni socio-politiche che contraddistinguono la contemporaneità.
La sua ricerca sul corpo attraversa quindi la pratica coreografico-performativa e l’esplorazione documentaria: il momento della performance si configura come il passaggio conclusivo di un percorso che nei diversi progetti si sviluppa in una prima fase come teorico-analitico, e che parte cioè dall'esame di dati, memorie, informazioni, testimonianze storiche, che vengono filtrate e rielaborate attraverso la successiva processualità di incorporazione documentaria.
Quali effetti porta con sé la migrazione sul corpo? E come si traducono corporalmente queste influenze? Quali sollecitazioni determina il movimento nello spazio del corpo migrante, in prossimità di luoghi di frontiera e spazi di conflitto?
Queste sono le domande che costituiscono il fondamento per ogni progetto ideato da Zaides. L’artista stesso ha lasciato il suo paese abbracciando la condizione di migrante all’età di undici anni, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, per espatriare con la sua famiglia in Israele, per poi ancora in età adulta scegliere di trasferirsi in Europa, in particolare in Francia.
Egli si interroga, a partire dalla propria esperienza personale, su come questi attraversamenti che conducono il corpo da un luogo a un altro mediante una condizione di marginalità, plasmino la memoria corporea di chi ne vive la condizione e rievochino la memoria sensoriale di eventi traumatici come quello della migrazione.
Come incorporare queste limitazioni attraverso le quali il corpo migrante ha sviluppato alternative risposte di movimento? Come restituire coreograficamente il segno del conflitto vissuto dal corpo?
Zaides parte proprio dall’intendere il corpo come un archivio (4), un deposito di saperi e tracce mnemoniche che vengono custodite producendo nuovi tragitti con cui sviluppare il proprio modo di abitare lo spazio. E allora la coreografia documentaria trova espressione attraverso l’esplorazione performativa del “corpo-network”, crocevia di percorsi intermediali che saldano insieme scrittura coreografica e pratica documentaria, in una processualità che rielabora costantemente e simultaneamente le dimensioni dell’incorporato, dell’archivistico e del digitale (5), in un’operazione di transcodifica del dato di partenza esplorato immaterialmente, o meglio tramite l’enactment coreografico (6).
E se i lavori precedenti - Archive (2014), Talos (2016) e Necropolis (2018) - hanno sviluppato un’analisi dei confini intesi in senso propriamente geopolitico, The Cloud ha esplorato la distanza tra corpo e ambiente, interpretata proprio come una dimensione “confinante” tra due realtà tra loro adiacenti.
Già con Archive, Zaides aveva incominciato a mettere alla prova le possibilità della coreografia documentaria, in particolare costruendo un reenactment della violenza a partire dalle sequenze di immagini e video provenienti dal Camera Project (2007) dell’Associazione B'Tselem - Centro Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati (7).
Con Talos (8) invece aveva dato vita a un lavoro che considerava e rielaborava criticamente il progetto TALOS dell’Unione Europea (2008-2013) (9), che aveva sperimentato un sistema di controllo delle frontiere attraverso robot semi-automatici che avevano la funzione di difendere i confini europei e respingere fisicamente l’intrusione di corpi migranti illegali (10).
In Necropolis, infine, aveva mappato e tentato la ricostruzione di una cartografia dei morti durante il viaggio verso l’Europa, concentrandosi in particolare sulla restituzione identitaria dei decessi non identificati, a partire dagli elenchi di rifugiati e migranti che hanno perso la vita dal 1993 a oggi, composti dalla rete di organizzazioni United for Intercultural Action (11).
L’analogia tra realtà digitale e disastro nucleare ha costituito invece il filo conduttore che ha percorso la genesi della performance The Cloud di Arkadi Zaides. E allora, viene immediatamente da chiedersi, come interpretare un tale accostamento? Quale convergenza l’artista ha immaginato tra le due dimensioni, quella tecnologica e quella atomica?
La riflessione sul corpo, sull’intelligenza artificiale e più in generale la discussione sull’imperante crisi climatica, sono al centro di The Cloud, una performance intermediale che ha rappresentato un esemplare tentativo da parte dell’artista di indagare il dualismo “antropocene-capitalocene”.
A partire dalla catastrofe ambientale conseguita all’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl e in relazione alla nube radioattiva causata da tale disastro ecologico, Zaides è arrivato a riflettere più ampiamente sulla decadenza dell’era dell’antropocene: la località di Chernobyl nel 1986, anno dell’esplosione, faceva geograficamente parte dei territori della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. L’esplosione del reattore numero quattro nella notte del 26 aprile 1986 ha sconvolto il mondo intero, i macrosistemi come i microcosmi delle famiglie che, come quella dell’artista, abitavano poco distanti da lì, poco oltre il confine bielorusso.
Zaides ha voluto riflettere su questo disastro eco-ambientale che ha condizionato la sua infanzia e la storia della sua famiglia; si è concentrato in particolare sul reattore chimico che l’esplosione della centrale nucleare ha cosparso nell’aria, alimentando la crescente nube tossica che ha segnato il destino biologico di intere generazioni, e parallelamente ne ha proposto la sovrapposizione con un altro tipo di nube inquinante, ovvero la “nube tecnologica”.
Il corpo umano, in bilico tra queste due dimensioni, quella ambientale e quella digitale, quali caratteri assume? Fenomeni naturali e artificiali si mescolano allora in questa performance che vuole riflettere sulla relazione che si istituisce tra tecnologia, ambiente e azione umana, sui progressi tecnico-scientifici che tuttavia intervengono strutturalmente sull’espressione del corpo post-organico nella contemporaneità segnata dall’emergenza climatica (12).
Il “fallimento dell’antropocentrismo” viene esplorato da Zaides a partire dall’idea di contaminazione. Questo lavoro da un lato richiama dati scientifici e contestualizza l’alterazione biologica e il mutamento cellulare conseguita alla diffusione delle radiazioni nucleari, e dall’altro analizza provocatoriamente la contaminazione che conduce alla manipolazione delle informazioni: il cloud, una “nuvola tossica”, ma anche una “nebulosa digitale”, entrambe estensioni del reale manipolato dall’uomo.
L’artista ha impostato la sua indagine interrogandosi sulla convergenza di queste realtà, in particolare sull’incidenza dell’orizzonte virtuale sulla realtà fisica e ambientale, compromessa e contaminata proprio dall’azione dell’uomo, dall’errore, dal fallimento della tecnologia.
Il lavoro di Zaides è percorso dall’idea che la realtà sotto i nostri occhi sia sempre più manipolata dall’universo dilagante degli imperativi tecnologici e che la condizione di iper-oggettualità generata dall’intelligenza artificiale si irradi sempre più al di là del nostro controllo, proprio come una nube tossica.
La sfida all’human enhancement rischia di sfuggire alla nostra stessa verifica, esattamente come ci insegna la storia, esattamente come ci ha insegnato la tragedia di Chernobyl. E il corpo, centro della riflessione per Zaides, rappresenta il confine oltre il quale si genera il pericolo.
Ma nonostante questo, sia la nube radioattiva che quella dell’informazione, vengono percepite come irreali in quanto intangibili e immateriali.
Il tentativo di The Cloud è proprio estrinsecarne performativamente l’incidenza sul reale, connessa alla crisi climatica e alla autenticità/inautenticità dell’informazione a cui quotidianamente siamo esposti.
La prima parte della performance è costituita da un monologo dell’artista, una lettura che egli effettua al centro del palco, seguendo un testo posto su un leggio e che contemporaneamente è riprodotto su due grandi schermi alle sue spalle grazie all’ausilio dell’intelligenza artificiale: quest’ultima, grazie ad un’applicazione di dettatura automatica, agisce in tempo reale e quindi si plasma sulla narrazione di Zaides, sulle parole che coglie nitidamente e su quelle che invece risuonano confuse, poco chiare, storpiate, somiglianti ad altro, dando vita a una serie di misunderstanding non desiderati e che soprattutto inquinano la qualità delle informazioni trasmesse. Egli affida l’autenticità del proprio racconto all’imprevisto e all’errore che può generare l’intelligenza artificiale.
L’artista racconta di memorie personali che si mescolano a testimonianze storiche, chiama in causa i conflitti nel Mediterraneo e legati alla situazione politica in Ucraina, riflette sugli assetti geopolitici contemporanei, sulla situazione Israele-Palestina, sulla guerra in Ucraina, sul disastro di Chernobyl.
Il pubblico, intanto, può osservare queste “variazioni di libretto”, questo slittamento tra voce e testo, mentre in un secondo momento i dati presentati dalla lettura vengono intrecciati tra loro da una seconda applicazione di intelligenza artificiale, che propone un complesso e intricato diagramma che aggiorna continuamente la materia informativa multiforme che maneggia: dati in trasformazione iniziano a dare vita in tempo reale a una nebulosa rete di informazioni difficilmente contestualizzabile.
Vengono successivamente proiettati video e immagini che documentano la situazione di Chernobyl nelle settimane successive al disastro nucleare, in particolare facendo riferimento alla figura dei “liquidatori” ovvero uomini - circa seicento mila che tra il 1986 e il 1989 - la cui attività fu quella di “decontaminare”, bonificare ed eliminare i resti del reattore esploso, ottemperando alla lacuna a cui le macchine non riuscivano a far fronte per l’imponente mole di radiazioni da dover fronteggiare e “disattivare” (13).
Progressivamente, con una graduale dissolvenza, il testo e il video lasciano spazio al corpo e alla sua rappresentazione del cataclisma.
Zaides scarta un pacco e ne tira fuori una tuta antiradiazioni: ha inizio la performance dei liquidatori, rispettivamente Arkadi Zaides e il danzatore belga Misha Demoustier, i quali incarnano personalmente l’idea di infezione, infestazione e avvelenamento.
I due performer indossano le tute antiradiazioni e le maschere antigas, in particolare Misha Demoustier che, in dialogo con le immagini trasmesse sullo schermo dall’azione dell’intelligenza artificiale, inizia a costruire una coreografia che ne ricalca l’immagine.
L’operazione tentata da Zaides ha messo in discussione l’inattaccabile autenticità del dato documentario nel momento in cui esso incontra l’intelligenza artificiale: le immagini, i testi e i suoni da testimonianze “oggettive” mutano in testimonianze contaminate, manipolate e “soggettivate” dalla macchina, proprio come la natura risulta contaminata dai disastri dell’uomo.
In tutto questo il corpo, in quanto prodotto della storia e testimonianza del reale, è esposto a questa considerevole vulnerabilità che lo circonda, che ne accentua la fragilità nella sua dimensione post-organica (14).
L’artista ha voluto riflettere su queste dimensioni incorporee, su questi panorami multidimensionali, mettendo in luce la storia frammentata e eclissata che ha caratterizzato la narrazione mediatica sul disastro di Chernobyl. In questo modo egli ha interrogato in parallelo lo strumento dell’archivio in quanto struttura di dominio profondamente controllante (15).
Informazione e disinformazione si sono intrecciate nella performance per dimostrare e osservare questo slittamento perpetuo che la dimensione virtuale impone.
La tecnologia scientifica si è arrestata al suo stesso progresso in The Cloud, connotandosi come più che una semplice intimidazione alla salvaguardia della specie umana (16).
Difficile collocare l’espressione del corpo nell’ambito dell’irradiazione tecnologica contemporanea (17): la performance, che ha fuso intermedialmente dati documentari, video, suoni, luci, testi, l’uso dell’intelligenza artificiale e la partitura coreografica, ha perfettamente evidenziato le criticità con cui si è relazionata la dimensione di corporeità dei due performer all’incrocio tra la nube climatica e quella tecnologica.
L’ibridazione tecnica utilizzata criticamente da Zaides per discutere in forma performativa l’era della tecnocrazia, in campo digitale e ambientale, ha incontrato la sopraffazione del virtuale sull’umano, della realtà digitale in quanto iperrealtà.
Il corpo post-umano al centro di The Cloud, che ha esplorato le sue possibilità oltre l’anatomico, ha occupato lo spazio virtuale che si è generato in quanto spazio reale alternativo e ha abitato al contempo le conflittualità e le sollecitazioni che si sono generate nella più ampia triade corpo-tecnologia-identità. Da qui in poi, quali nuove forme di espressione prenderanno vita per interrogare la resilienza post-umana?

Gennaio 2025


1) https://www.fitfestival.ch/eventi/the-cloud/ (accesso il 31 dicembre 2024)
3) Pouillaude F., Dance as Documentary. Conflictual Images in the Choreographic Mirror (On Archive by Arkadi Zaides), in «Dance Research Journal», 2016, vol. 48, n. 2.
4) Lepecki A., Il corpo come archivio. Volontà di ri-mettere-in-azione e vita postuma delle danze, in «Mimesis Journal», 2016, vol. 5, n. 1, pp. 30-52.
5) Taylor D., Performance, politica e memoria culturale, Deriu F., a cura di, Roma, Artemide, 2019, p. 201.
6) Taylor D., ivi, pp. 122-123.
7) https://www.btselem.org/video-channel/camera-project (accesso il 31 dicembre 2024)
8) https://arkadizaides.com/talos (accesso il 31 dicembre 2024)
9) TALOS, acronimo di Transportable Autonomous Patrol for Land Border Surveillance: https://cordis.europa.eu/project/id/218081 (accesso il 31 dicembre 2024)
10) Adamo S., Scaffai N., Straniamenti: teorie in movimento, in «Between», 2022, vol. 12, n. 23.
11) https://unitedfia.org/ (accesso il 31 dicembre 2024)
12) Macrì T., Il corpo post-organico. Sconfinamenti della performance, Genova, Costa&Nolan, 1998.
13) Chemla A., Dobricic I., Romeu S., Zaides A., The Cloud: une œuvre instantanée, in «Culture et Recherche», novembre 2024, n. 147, pp. 36-38.
14) Macrì T., op. cit., pp. 7-16.
15) D’Amico F.D., Decostruire l’archivio come forma di potere. Conversazione con Arkadi Zaides, in «Connessioni Remote», dicembre 2023, n. 6, pp. 132-141.
16) Questo aspetto richiama il concetto di iperoggetto, così come coniato dal filosofo americano Timothy Morton per evidenziare fenomeni portatori di una sfaccettata e multipla complessità da essere per questo oltre la comprensione umana.
17) https://arkadizaides.com/the-cloud (accesso il 31 dicembre 2024)