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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

La strada. Dove si crea il Mondo al MAXXI

Patrizia Mania

I rumori assordanti, i colori accecanti, gli splendori e le miserie: quel mix di poliglotta e plurale identità che caratterizza le strade delle metropoli contemporanee è stato travasato nel museo non a simulare la strada ma a fare del museo la strada. Questo il portato di una mostra che nasce sul tema del quotidiano attraversamento della strada per costruirvi uno spaccato di storia dell’arte recente. Una strada qui assunta come ideale crocevia di interconnessioni critiche e alternative che impongono innanzitutto di viverla riflettendo esteticamente sulle sue idiosincrasie, sui suoi sentieri interrotti, sui suoi interstizi più eloquenti.
Parafrasando una famosa frase di Braco Dimitrijevic “Louvre is my Studio, Street is my Museum” (1) sembrerebbe proprio che in questa mostra proposta dal MAXXI la strada sia stata trasportata nel museo e dunque visitare la mostra è un po' come trovarsi sulla strada. Dunque, “Museum is my street”. Una strada estetica che immette il visitatore nelle sue miserie e nelle sue nobiltà. Su questa idea si è strutturato un percorso distribuito in sette stazioni che, al di là delle intenzioni, non risultano nettamente distinte scivolando le une nelle altre e rendendo in fin dei conti quasi pretestuoso affidarsi a questo o quell’altro sguardo enucleato. Come una matrioska infatti le sette stazioni cadenzano un percorso che compatta l’insieme in una dimensione di reciproca reversibilità e vicendevole sostentamento. A rendere il percorso omogeneo è d’altro canto la stessa scrittura espositiva che asseconda un attraversamento fondato più sulla coesistenza che sulla separazione compartimentale. A conferma peraltro di un modo di pensare la mostra come organismo eterotrofo già collaudato al MAXXI nelle precedenti occasioni espositive curate da Hou Hanru e che questa volta firma la mostra assieme allo staff curatoriale del museo.
Su questa premessa, l’itinerario ha, tra i tanti, il pregio di proporsi interlocutorio non fornendo risposte già confezionate e pronte per l’uso ma privilegiando piuttosto, per il tramite delle opere prescelte, lo schema della domanda e risposta aperta. Ad esempio, come preservare e promuovere la pluralità di spazi pubblici aperti e inclusivi? O ancora, come restituire alla strada la sua vitalità? E, soprattutto come inventare nuovi progetti artistici che difendano e colleghino la libertà di azione e creazione?
Invitati dall’ordine del costrutto, cominciamo con l’orientarci, procedendo dalla prima stazione “Mapping” che indaga esempi di analisi storica e progettuale della strada: dagli antefatti storici - i precedenti di progettazione architettonica tra realismo funzionalista e avvenirismo -  ai modi plurali praticati negli interstizi rimossi (Stalker); a ricognizioni che interpellano altre sensorialità. Tra tutte, quella dell’udito, pervasivamente invadente nell’installazione sonora di Rosa Barba che nel suo ingombrante groviglio di tubi metallici canalizza il suono registrato nei tunnel sotterranei attraversati dallo scorrimento del traffico lungo il corso del fiume Mersey (l’opera Free Post Mersey Tunnel del 2010 era stata infatti originariamente concepita per la biennale di Liverpool). E, nella miriade di stimoli, ci si imbatte nelle insegne negli storici “reportage” di Venturi, Scott, Brown and Associated che efficacemente mutano le apparenze dei paesaggi americani in un quasi metafisico guardare (Advertising Signs on the Strip, 1968). Si assiste invece ad un cortocircuito tra l’iconologia della strada e l’arte nel periodo tra gli anni Sessanta e i Novanta del secolo scorso scorrendo sulla serie The Streets of the Story di LiuQingyuan. Questa sequenza di poster realizzati appositamente per la mostra è composta da 28 episodi in cui si simula in digitale il tratto grafico dell’incisione. Un energico attraversamento critico della comunicazione tra arte e strada che evoca l’impatto espressivo della Die Brücke travasandolo, nei temi dell’arte e della strada, in medium contemporanei.
C’è poi la strada come luogo di “Intervention”, prescelta fin dalle avanguardie storiche in quanto spazio pubblico nel quale agire politicamente ed è una dimensione chiamata in causa da molte delle opere selezionate. Tra le più mordenti, il video Returning a Sound del 2014 di Allora & Calzadilla in cui la manipolazione di una motocicletta produce un effetto di disordine e di messa in discussione dell’ordine precostituito. La location è l’isola di Viecques sita al largo della terraferma di Puerto Rico drammaticamente nota in quanto utilizzata dagli anni ’40 come campo per simulazioni militari. Un’isola che verrà smilitarizzata solo nel 2002, grazie anche ai movimenti di disobbedienza civile e di protesta, cui parteciperanno lo stesso duo di artisti. È una premessa storica indispensabile per avvicinare questo video, il cui protagonista Homar è un pilota e attivista della motocicletta che gira per l’isola come se stesse reclamando il territorio attraverso il rumore assordante generato dalla sostituzione del silenziatore del suo veicolo con una tromba che sembra voler annunciare la decontaminazione e la rigenerazione di quel territorio violentato dagli impieghi precedenti.
Ma la strada è per noi tutti soprattutto quella di tutti i giorni “everyday life” che nell’installazione di Jimmie Durham (La strada di Roma, 2011) si carica emblematicamente delle memorie legate ai tragitti compiuti accumulati in un assemblage di rifiuti indifferenziati (2). Spostando il punto di osservazione verso l’alto, le insegne luminose di Flavio Favelli ci immettono criticamente in un flusso di scompaginazione semantica. Mentre a parete l’artista Shen Yuan (Unconfortable shoes, 2008) disegna magistralmente con tante piccole scarpe cinesi la scritta “Elles sont parties pourtant elles n’ont nulle part où aller”, alludendo alla condizione dolorosa dell’esilio di cui lei stessa è stata vittima.   
Per chi si trova deprivato di un luogo proprio nel quale vivere, la strada rappresenta spesso l’ultima possibilità nei cui anfratti trovare un giaciglio. Mirabili esempi di una presa di posizione etica nei confronti degli homeless sono l’Architettura minima di Eugenio Tibaldi (2016) e lo sguardo complice del video di Francis Alÿs (Sleepers II, 2001).
Spazio pubblico per eccellenza, la strada, lo si è detto, è teatro anche della politica. Scenario delle manifestazioni di protesta, dei comizi del potere, delle processioni del dissenso la mostra non poteva esimersi dal trattarne nello specifico adottando uno sguardo significativamente plurimo in grado di catturare lungo il crinale delle vicende storiche alcuni momenti apicali di dialogo con la questione. A partire dalla flagranza dell’attivazione della protesta (si veda il collettivo Chto Delat in Angry Sandwich People del 2006), e passando per alcuni eloquenti snodi si spinge fino a proporre la filologica riattualizzazione pittorica degli eventi politici del vicino passato, come avviene nei quadri di Andrea Salvino (Troppo presto, troppo tardi, 2015). E politico, come sempre, è lo sguardo di Alfredo Jaar che ha estrapolato un frammento di un testo di Antonio Gramsci per affiggere nella città due poster abbinati – uno verde, l’altro rosso-. Affidandosi a queste sue parole: “Il vecchio mondo sta morendo. Il nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”, Jaar, con lettere in bianco che si fanno nel procedere del testo sempre più grandi fino a raggiungere il massimo dimensionale nella parola “mostri”, ci invita a resistere all’indifferenza e a non sottovalutare i pericoli in agguato. Un lavoro in linea di continuità con quell’ “estetica della resistenza” da tempo propugnata ed identificata dall’artista nel pensiero di Gramsci e qui declinata a puntuale monito sul presente (3).
E dopo aver impattato sulle macchine del desiderio di un nuovo possibile mondo di Patrick Tuttofuoco (Velodream (Mattia), 2001) oltre che all’estremo opposto sugli scheletri carbonizzati dei residui conflittuali proposti da Adel Abdessemed (Practice Zero Tolerance, 2006) eccoci immersi nella strada della vita comunitaria non senza esserci prima interrogati sulla sua permanenza e sul suo declinarsi oggi soprattutto attraverso le minoranze e sui tanti possibili rivoli che la comunità e il suo senso oggi possono assumere. Lì, tra gli altri, rincontriamo un video del 2009 di Kim Sooja (A Needle Woman) che sembra quasi attualizzare la versione romantica del paesaggio di memoria tedesca per cogliere attriti e empatie della vita comunitaria sulla strada. Di spalle, la figura femminile dalla lunga coda si pone nel brulichio dei tanti passanti quasi come un ostacolo, qualcuno da scansare, ma anche un’ancora, qualcuno cui affidarsi e da poter interrogare (4).
Distrattori estetici impegnati ciascuno a suo modo a sviluppare il controcanto critico del nostro affacciarci quotidiano sul mondo.
Aprile 2019

1) Negli anni ’80 Braco Dimitrijevic inizia il suo progetto sui passanti casualmente incontrati per strada che fotografa e le cui immagini in grandi dimensioni affigge poi sulle facciate degli edifici. Sono i suoi modelli che accompagnano l’elaborazione di un’estetica della strada.
2) Nell’assemblage La strada di Roma Jimmie Durham seleziona repertori di oggetti di filologica derivazione dalla storia dell’arte come mostra la presenza di un orinatoio, chiaro omaggio a Duchamp.
3) Si veda: Alfredo Jaar, The Aesthetics of Resistance – Estetica della Resistenza, Como, Casa del Fascio. Spazio a shed ex-Ticosa, Fondazione Antonio Ratti, 2005
4)Tra i protagonisti della storica mostra Cities on the Move curata da Hou Hanru insieme a Hans Ulrich Obrist tra il 1997 e il 1999, la sua presenza crea un laccio di continuità proprio con quell’antecedente.