Lucilla Meloni
Percorrendo le diverse sedi della mostra ideata da Nicolas Bourriaud, di fronte alle numerose opere, l’osservatore si trova immerso in un racconto corale che mette al centro il sentimento primordiale della natura, quanto l’essere nel mondo come soggetto storico che parte dal suo presente per guardare, come tramite una lente, sia indietro che in avanti.
Percorrendo le diverse sedi della mostra ideata da Nicolas Bourriaud, di fronte alle numerose opere, l’osservatore si trova immerso in un racconto corale che mette al centro il sentimento primordiale della natura, quanto l’essere nel mondo come soggetto storico che parte dal suo presente per guardare, come tramite una lente, sia indietro che in avanti.
Il titolo della Biennale: Il Settimo Continente, indica una drammatica attualità nella diffusa presa di coscienza della catastrofe ecologica e da questo presupposto prendono le mosse i lavori che declinano i tanti angoli visuali da cui può essere osservato il presente.
Se l’arte non fornisce risposte e non è attivismo politico, ma qualcosa capace di generare nuova luce sulla nostra sensibilità all’epoca del “capitalocene”, le opere in mostra dialogano con una realtà in cui, come scrive il curatore nel testo in catalogo, l’opposizione binaria tra soggetto e oggetto si è dissolta, in cui alla costruzione della forma segue piuttosto la “formazione”, dove primeggia il senso dello scarto e si avvera una antropologia che può essere solo “molecolare”, un presente in cui siamo condannati al rapporto privilegiato con gli oggetti e con le merci.
Ci si chiede allora quale possa essere oggi il nostro sentimento della natura, o meglio, cosa ne sia rimasto; e come l’assedio delle rovine contemporanee, i nostri scarti, ci consenta di immaginare un futuro; come nel mondo ridotto a merce, decolonizzato e globalizzato, e in un pianeta sfruttato e prossimo al collasso, siano sostenibili le contraddizioni di un capitalismo spietato.
Le opere rimandano alla nostra conoscenza del mondo e all’esperienza del presente: dalla nascita dell’ecologia all’invenzione fantastica che ricalca un bestiario medievale, alla messa in luce delle risorse tratte dagli oceani, alle questioni di genere, alle migrazioni, al riuso dello scarto, alle ibridazioni delle forme e degli esseri, alla colonizzazione operata dai batteri, oltre che dagli uomini, alla solitudine e all’alienazione contemporanea, all’invenzione di luoghi dell’utopia, al presente come reperto, alla proprietà privata.
Un’arte della catastrofe, forse, ma mai didascalica nonostante i temi che sfiora e capace di creare luoghi dell’immaginario, in rapporto con concetti metastorici quali l’utopia, come l’isola utopica immaginata da Charles Avery (Untitled (Ninth Stand wich Urchins), il cui porto si chiama Onomatopoeia, che ha creato uno stupefacente mercato del pesce fatto di sculture di vetro colorato, quanto in relazione con i resti della cultura popolare, come il lavoro di Simon Fujiwara (It’s a Small World), che ricostruisce una città in miniatura, dove i vari luoghi, tra cui l’ospedale, la scuola, il carcere, il museo, sono formati dall’assemblaggio di scarti, di semidistrutte figurine di icone popolari, quali Batman o l’Uomo Ragno.
Il tema del reperto ricorre, ma in quanto interrogativo, nell’opera di Paul Sietsema, dove il reperto archeologico filmato, ma in realtà costruito meticolosamente dall’artista, proprio nel suo essere fittizio, getta luce sull’ambiguità e l’incertezza del nostro sistema interpretativo del passato.
E, ancora, il reperto come testimone della storia, tra storia politica, storia dell’arte e geografia, è presente nel lavoro di Simon Starling: Infestation Piece (Mousselled Moore), dove alcuni lightbox presentano le immagini di una copia di una scultura di Henry Moore, immersa dall’artista nelle acque del lago Ontario per un anno e mezzo e colonizzata da batteri provenienti dal Mar Nero, là innescati durante la guerra fredda.
La natura è declinata come alterità perduta, come scienza e come fonte di immaginazione: dalla esposizione delle tavole di Ernst Haeckel, inventore dell’ecologia, all’enciclopedia fantastica di Luigi Serafini: il Codex Seraphinianus, al Prospecting Ocean di Armin Linke, che documenta attraverso mappe e video lo sfruttamento dell’Oceano Pacifico, quanto le ricerche compiute sul Bosforo nel diciassettesimo secolo da Ferdinando Marsili, uno tra i fondatori della moderna oceonografia, agli ibridi personaggi, un po’ umani un po’ animali creati da Monster Chetwynd, che campeggiavano in una delle belle sedi della Biennale nell’isola di Buyukada.
Il poetico intervento di Hale Tenger: Appareance, genera infine un luogo di sosta, di introspezione e di rigenerazione. A Buyukada, nel giardino del Palazzo di Sophronius, l’abitazione estiva del Patriarca Sofronius III, l’artista crea uno spazio sinestetico, dove ai suoni, ai mormorii e alle parole si accompagnano lenti di ossidiana posizionate tra le piante, che riflettono il palazzo, il cielo, gli alberi.
“Can you be by not doing?”, chiede la Tenger: un invito a uscire dal magma, a fermarsi, a riflettere: questa una delle risposte dell’arte all’epoca dell’antropocene.
C’è molta pittura, molta scultura, molto disegno, molte installazioni realizzate con materiali poveri, e poca super-tecnologia, come se la manualità, l’atto del “dare forma”, fosse un’esigenza condivisa volta a ri-definire un perimetro concettuale, come se l’azione primordiale del creare un’immagine, come aveva fatto il pittore di Lascaux, fosse un antidoto per non essere travolti dall’ingorgo contemporaneo all’epoca dell’antropocene.
Ottobre 2019