Lucilla Meloni
La mostra antologica di Luigi Battisti, curata da Francesca Gallo, presenta lavori che datano dal 1992 ad oggi. Pitture, sculture, installazioni riunite e perfettamente allestite nello spazio suggestivo del Museo, danno conto della sua lunga indagine sulla sintassi dell’arte, formalizzata attraverso la continua sperimentazione di materie e tecniche.
La mostra è una sorta di periplo in cui ci si avventura, dove ogni elemento rimanda all’altro, in una continua declinazione, in fondo, della pittura.
È un’immagine gioiosa quella che appare a chi entri nella sala espositiva, dove le materie sono magnificate dal colore, secondo quel rigore compositivo che fin dalle origini ha caratterizzato il fare dell’artista. Un’attitudine che si è andata sviluppando a partire da quei Senza titolo degli anni Novanta: moduli lignei a parete ricoperti da un velo di stucco bianco, oppure dipinti, di matrice minimalista, che esploravano le possibilità spaziali della superficie e il concetto di forma tridimensionale storicamente elaborato come relazione di pieni e di vuoti.
Da allora Battisti, pur restando fedele a quel principio di strutturazione per cui ogni opera mette in evidenza l’ordito che la compone, e dove nulla è lasciato al caso, ha percorso le tante possibilità della forma: a cominciare dall’intervento operato sulle formelle lignee che dall’essere esposte come strutture geometriche (Rombo), sono state scavate e dipinte (Tappeto), presentate come opera ambientale (La Soglia esposta nel 1995 nella galleria di Silvana Stipa a Roma), poi scavate, dipinte e ricoperte da una colata di silicone (Siliconi), in un procedere volto all’esaltazione del colore, che non ha più abbandonato, quanto al passaggio a una spazialità più movimentata.
Alla dimensione ambientale appartengono infatti I Muti, presentato sia a parete che come installazione, composto di striscioni arrotolali e dunque silenziosi e Oh Maggio: pile di libri lignei incisi da cui fuoriescono fogli dipinti con diverse tonalità, omaggio alla pittura e alla scrittura.
I quadri esposti, dai titoli connotativi: Regola (trittico) Pittura (dittico), Ninfee, Diciamo Nulla sviluppano una trama che non abbandona l’idea della successione, della ripetizione nella variazione, dove gli elementi minimi del significato, come fonemi, strutturano un percorso visivo che sollecita lo sguardo a molteplici visioni. Una pittura che porta in sé la tradizione della modernità accompagnata dalla leggerezza come valore.
Una pittura a cui Battisti rende omaggio con Olio preparato: ampolle di vetro contenenti olio di papavero con aniline, che, metalinguisticamente, suggerisce le sue innumerevoli possibilità.
L’artista si è confrontato con diversi supporti: legno, carta, lana, seta, tela, ceramica; ha realizzato anche manufatti come gli arazzi, a testimoniare un’idea dell’arte che non teme sconfinamenti.
Formatosi negli anni Ottanta, dell’estetica di quel periodo l’autore ha condiviso la libertà concettuale di spaziare tra tradizione e modernità e di recuperare la manualità come elemento basilare della sua produzione. In questo sentire, ripete azioni antiche come l’intagliare o il cucire e le materie, siano naturali o artificiali, fredde o calde, gli appaiono come un serbatoio che genera continue suggestioni da cogliere e sviluppare.
Un video documenta i numerosi lavori non esposti, tra i quali le opere ambientali Sem/Senza, realizzato con Pasquale Polidori al PAN di Napoli nel 2009 e Bozzolo, installato a Roma al Museo Andersen nel 2015 in occasione della mostra Sintattica. Qui aveva avvolto la porzione di una colonna con una matassa di fili di lana rossa: un segno dunque minimo, una sorta di traccia capace però di ri-disegnare l’architettura e la percezione spaziale, sempre secondo un segno essenziale, mai ridondante, lo stesso da cui ha preso inizio, con i Senza Titolo, la sua carriera.
Gennaio 2020