Whitney Museum of American Art, New York
7 marzo – 25 maggio 2014
Lucilla Meloni
Anche questa Biennale, come alcune edizioni di precedenti grandi mostre internazionali, quali ad esempio la Biennale di Venezia, la Documenta di Kassel, la Biennale di Istanbul, è stata affidata a una curatela multipla, quasi a indicare l’impossibilità di una ipotetica “reductio ad unum” della riflessione sull’arte contemporanea.
Questa Biennale conferma altresì, nonostante il proliferare della stessa tipologia di esposizione a livello mondiale, che indurrebbe a pensare, all’epoca della globalizzazione, a una sorta di ridondanza nel segno dell’omologazione, come a tutt’oggi le grandi mostre si offrano come momenti fondamentali di conoscenza.
Trattandosi poi di un’esposizione di arte americana, la Whitney Biennial introduce anche interessanti interrogativi sul concetto di identità, concetto che da alcuni decenni caratterizza piuttosto altre realtà storiche e culturali attraversate da crisi e conflitti interni e esterni, in cerca della riconquista o dell’affermazione della propria cultura, come tra l’altro hanno testimoniato alcune edizioni di Documenta e della Biennale di Istanbul, dal carattere fortemente politico e sociale.
Invece questa mostra riporta la questione non solo all’interno del mondo occidentale, ma nello specifico, della società americana, dall’identità multipla, come scrivono i curatori nell’introduzione in catalogo: “We hope that our iteration of the Biennial will suggest the profondly diverse and hybrid cultural identity of America today”.
Nei saggi in catalogo, diviso per sezioni, i tre curatori Anthony Elms, Stuart Comer, Michelle Grabner danno conto dell’ambito della propria ricerca, dei diversi presupposti teorici e fenomenologici dai quali sono partiti, rintracciabili nel sentimento della storia e della cronaca, nella pratica dell’archiviazione, nell’idea del museo e della sua funzione, nella riflessione sulla coesistenza dei linguaggi dell’arte e sulla loro transmedialità, nel ripensamento della figura dell’artista (e dei collettivi di artisti), a volte multiforme, che si fa anche critico, curatore, editore.
Allestita negli spazi del museo progettato da Marcel Breuer e in alcuni luoghi pubblici, come l’Hudson River Park, la mostra offre un articolato spaccato del contemporaneo. Ogni sezione poi, secondo la volontà dei curatori, è in dialogo e in rapporto con le altre; alcune opere fungono da elementi di raccordo, come il lavoro visivo e sonoro di Charlemagne Palestine Stairway Song posizionato e reiterato nei diversi piani delle scale, e quello di Jeff Gibson, Metapoetaestheticism, collocato nell’ascensore.
La sezione curata da Stuart Comer, che intitola il suo saggio Shape-shifting, indaga attraverso le opere esposte il principio di transmedialità delle forme, il rapporto in continuo divenire tra codici linguistici e codici visuali, il passaggio dalla bidimensionalità del segno e del testo, alla tridimensionalità e quadridimensionalità dell’azione o dell’environment, sfidando le convenzioni dei generi. La stessa identità dell’arte, in questo percorso, rivela il suo carattere polimorfo.
Il “white cube” del terzo piano del museo si trasforma dunque in una successione di spazi diversamente definiti, tra tradizionale luogo espositivo e cinema, teatro, camera, che offrono un’immagine caleidoscopica del contemporaneo.
Dai lavori connessi al principio dell’archiviazione e della documentazione, come Afterlife: a constellation di Julie Ault, composto di materiali d’archivio, fotografie, stampe, testi, interviste, al racconto, tra sociale e familiare, che prende corpo nell’opera di Lisa Anne Auerbach, Self published, per la quale “Il privato è politico”, ai 28 testi editati dal collettivo internazionale Semiotext(e), si passa a My American Dream di Keith Mayerson. Un cospicuo numero di quadri che creano una “non-lineare serie narrativa” che prende spunto dalle icone politiche, sociali e culturali della storia americana, quanto dalla vita personale dell’artista, dipinti guardando Manet, Monet e altri artisti delle avanguardie storiche e del modernismo.
Mentre l’installazione di Dashiell Manley The Great Train Robbery esemplifica il passaggio dei segni da un medium all’altro:dal cinema, alla pittura, al video, il lavoro politico e sociale di Fred Lonidier, Health and Safety Game, nei pannelli che mettono insieme fotografia e testo, indaga i meccanismi della rappresentazione e propone strumenti alternativi di documentazione.
Il settore curato da Anthony Elms parte dalla questione che Marcel Breuer si era posto nella progettazione del Whitney: “What should a museum look like, a museum in Manhattan?”, a cui cerca di rispondere con le opere esposte.
La videoinstallazione di Zoe Leonard 945 Madison Avenue, invertendo i ruoli e alterando le prospettive, porta la città dentro il Museo con la proiezione a parete della visuale rovesciata del paesaggio esterno.
Mentre la storia e la politica entrano potentemente in scena con i lavori di Jimmie Durham Choose any Three e di Gary Indiana Untitled, il collettivo di Chicago Public Collectors, fondato nel 2007 da Marc Fischer con l’intento di riportare alla luce materiali disdegnati dai musei e da altre istituzioni culturali, e non uso a partecipare a questo tipo di manifestazioni istituzionali, risponde alla questione di fondo posta dal curatore sul ruolo e sulla funzione del museo. Propone una serie di brani musicali registrati, di poster, di fotografie, di oggetti personali di Malachi Ritscher: il musicista, artista, fotografo, attivista per i diritti civili, pacifista, fiero oppositore all’intervento americano in Iraq, il cui suicidio nel 2006 fu, come scrive Marc Fischer:”explicity a protest against the war in Iraq but was not reported as such until the alternative press.”.
Nell’ultima parte della mostra, ideata da Michelle Grabner, artista e docente, si registra la coesistenza di opere che vanno dalla contemporanea pittura astratta “by women”, alla fotografia, alle installazioni, alle pratiche concettuali e di documentazione.
Tra i lavori, il Sans Papier di Peter Schuyff, con un assemblaggio di matite lavorate e intagliate e di altri oggetti provenienti dall’Africa, è ancora una denuncia politica.
La Biennale è corredata da un bel catalogo esaustivo, che contiene oltre ai saggi dei curatori, testi degli artisti, di studiosi e interviste.