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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

Come (non) vivere lo spazio urbano durante la pandemia
 
Brunella Velardi

Occhi puntati sulle città. Città dolenti, città in pericolo, città deserte. Lontano dalla convulsa e angosciante operosità degli ospedali, lontano da quelle realtà produttive considerate necessarie e ormai ridotte all’osso dagli ultimi decreti governativi, l’epidemia di coronavirus che sta sconvolgendo il mondo ha trasformato radicalmente l’immagine della città nella sua riconoscibile quotidianità. Costretti dalle circostanze, isolati da una vita pubblica relegata nei circuiti dei mezzi di comunicazione, non ci resta che guardare la città dal vetro di una finestra, “dall’esterno”. E ci accorgiamo di quanto il modo che conoscevamo di vivere la città fosse diventato misura del nostro essere nel mondo.
Un po’ (forse) abbiamo già nostalgia di quegli spazi urbani che ci appartenevano, a cui appartenevamo, e che ora ci sono interdetti. In buona parte, non c’è dubbio, l’idea che la città esista anche a prescindere dal nostro abitarla è del tutto nuova e ci desta non poca curiosità. La città vuota più che mai catalizza il nostro desiderio di attraversarla, osservarla, dominarla. Pur stridente, contro un bollettino quotidiano che è tutt’altro che metafisico, terribilmente reale, il fascino temporaneo del silenzio e della solitudine che di tanto in tanto abbiamo cercato in qualche pomeriggio d’estate o in qualche passeggiata notturna, ora diventa magmatica fotografia di scenari che abbiamo conosciuto solo attraverso l’immaginario fantascientifico o le raffigurazioni rinascimentali della città ideale. A seconda che si tratti, rispettivamente, di metropoli moderne o di centri antichi. Ma se nella spaesante assenza dell’uomo nei dipinti quattrocenteschi un intrinseco antropocentrismo traspariva dai costrutti prospettici entro cui si incasellavano quinte rigorosamente architettoniche, oggi, nelle surreali riprese da droni che corredano cronache e programmi televisivi, alle quali si affiancherà a breve il ricorso – anche nel nostro paese – alle tecnologie digitali per l’individuazione e la localizzazione di infetti e trasgressori, le distopiche visioni letterarie e cinematografiche sembrano essere ben più attuali. E tuttavia, in un ottimismo che appare necessario a superare una crisi profonda e imprevedibile, dagli ultimi risvolti della lotta all’epidemia ci si possono aspettare – almeno, vien voglia di farlo per un chiaro istinto di sopravvivenza – esiti utili nella prospettiva di un nuovo e migliore modo di abitare il nostro pianeta.
La corsa a colmare un horror vacui che sembra essere specchio del silenzio in cui sono sprofondate le città, com’è d’altra parte comprensibile, sembra inarrestabilmente tesa a portare tra le mura di casa ogni attività prima svolta fuori, dall’esercizio fisico in palestra ad uno spettacolo al teatro. Tra i tentativi di far fronte ad una reclusione forzata che non tutti saranno in grado di affrontare serenamente, e i necessari sforzi diretti a proseguire ogni attività in grado di farlo, proliferano iniziative sul web, da corsi gratuiti online, a tutorial, a film in streaming, a pubblicazioni di contenuti culturali. Da questo punto di vista (prettamente tecnologico, ma dettato da un mutato assetto culturale), così come da quello della solidarietà e della coesione sociale, l’emergenza è stata e continua ad essere stimolo per un positivo e consistente balzo in avanti. Basti pensare ai progetti sviluppati dai musei e dalle istituzioni che hanno aderito alla campagna #iorestoacasa lanciata dal governo, con cui il mondo dell’arte in Italia ha subito una svolta che molti si aspettavano da tempo, nella direzione di un maggiore impegno nella promozione del proprio patrimonio (di opere e di conoscenze) attraverso gli strumenti digitali (1).
Eppure, accanto ai movimenti uguali e opposti di spinta propulsiva in reazione ad una stasi coatta e di bulimica ricerca di contatti, impegni, passatempi, domina in realtà l’estrema rarefazione – indotta, certo – dei gesti e dei bisogni, di pari passo con un distanziamento sociale che probabilmente, e almeno in parte, durerà ancora a lungo (2), con la conseguente ulteriore espansione della cosiddetta shut-in economy e la massiccia adozione del sistema di smart working. Insomma, leggendo accreditate previsioni e ragionevoli auspici, l’immagine delle grandi metropoli iperaffollate, attraversate da mezzi pubblici congestionati, da sciami di persone indaffarate e da orde di turisti accalcati in ogni dove, sembrano destinate a diventare un ricordo lontano (3).
Nel frattempo, la città ci manca, ma cerchiamo di spiarla ora che non possiamo vederla, per scoprire cosa fa mentre noi non ci siamo, a che ritmo respirano le pietre, i monumenti, le fontane. Molti provano a rintracciare qualche precedente del sinistro aspetto che hanno assunto in questi giorni, per poterci dire che in fondo non siamo di fronte ad uno scenario così nuovo da risultare spaventoso (4); qualcuno infrange le regole e ruba scatti contando sull’effetto suggestione (5); altri suggeriscono stratagemmi forse un po’ morbosi, ma almeno legali, per contemplare da casa la struggente bellezza dei luoghi deserti (6).
E nell’attesa di sapere che forma avrà un futuro che non sappiamo ancora nemmeno quando arriverà, sospesi come siamo in un’attesa indefinita, ci si immagina il mondo dopo la pandemia e si congettura su tutto ciò che non sarà più come prima, proprio a partire dal modo in cui cambierà la nostra presenza negli spazi pubblici: «In the short term, this will be hugely damaging to businesses that rely on people coming together in large numbers: restaurants, cafes, bars, nightclubs, gyms, hotels, theaters, cinemas, art galleries, shopping malls, craft fairs, museums, musicians and other performers, sporting venues (and sports teams), conference venues (and conference producers), cruise lines, airlines, public transportation, private schools, day-care centers. […] We’ll probably find awkward compromises that allow us to retain some semblance of a social life. Maybe movie theaters will take out half their seats, meetings will be held in larger rooms with spaced-out chairs, and gyms will require you to book workouts ahead of time so they don’t get crowded» (7).
Possiamo facilmente immaginare che, a rigor di prudenza (e di norme), nei prossimi mesi vedremo strade e piazze poco frequentate, mentre liberi da una congestione spesso soffocante torneranno a campeggiare edifici e monumenti. È probabile che le città dovranno abituarsi a nuovi ritmi e che, come si auspica, «il rapporto con la natura e la qualità delle città prenderanno una parte sempre maggiore nell’interesse dei cittadini» (8). Nell’incertezza che pervade ogni prefigurazione del domani, questi nuovi ritmi, così come chi o cosa incontreremo per le strade, rientrano nel dominio della pura ipotesi. Ma, intanto, ora come non mai possiamo fare molti tuffi nel passato delle nostre città e cercare di imparare qualcosa che, insieme con ciò che conoscevamo del nostro presente, risulti utile per il futuro.
Accanto ai servizi televisivi che, aggiornandoci sulle sempre più stringenti misure di contenimento, fanno scorrere vedute di città di giorno in giorno più desolate, da Wuhan, a Roma, a New York, abbiamo, per esempio, l’opportunità di ritrovare quello stesso, candido stupore di chi guardava, per le prime volte, la città attraverso una macchina da presa. Questa preziosa occasione è offerta da alcune tra le numerose iniziative di pubblicazione di cataloghi e repertori di immagini e filmati d’epoca, attraverso le quali misuriamo finalmente l’entità di valori prima davvero troppo poco praticati: la generosità, la condivisione libera dei saperi e dei patrimoni, la disponibilità verso il prossimo. Così, giovedì 12 marzo, giorno della settimana in cui tradizionalmente escono nuovi film al cinema, la Cineteca di Bologna ha inaugurato la rassegna “Il cinema ritrovato | Fuori sala”, che ci regala rare perle cinematografiche, accompagnandoci in suggestivi viaggi nel passato della filmografia d’autore e non, ma anche delle nostre città. Come pure la Cineteca di Milano, che in concomitanza con l’arrivo della crisi epidemica ha accelerato il suo programma di digitalizzazione e pubblicazione delle pellicole. O, ancora, come il Touring Club Italiano che ci lascia frugare tra i suoi “ricordi”, dopo aver messo online un patrimonio fotografico e cartografico inestimabile.
Tra gli oltre 250 film del catalogo della Cineteca di Milano, una breve ripresa di un giorno qualsiasi del 1896 in Piazza Duomo a Milano è tra i film più visti nella seconda metà di marzo dal pubblico, come in cerca di una quotidianità perduta nella città degli affari (9); ma la stessa piattaforma offre anche una scampagnata di croceristi sul Vesuvio risalente a circa un secolo fa, con quella funivia di cui a singhiozzo si è più recentemente sentito parlare e della quale non ci resta che il desiderio che sia riattivata (10). Oppure, ci si può perdere tra i portici di Bologna nella Guida per camminare all’ombra di Renzo Renzi (1954), che racconta come «nelle sue [di Bologna] linee complesse e armoniose è scritta, attraverso i secoli, una regola civile che riconosce i bisogni della comunità, che sa tradurre […] le più intime ragioni della vita quotidiana» (11).
Scopriamo allora che le nostre città erano assai diverse da come le conosciamo oggi non soltanto un secolo fa, ma anche due decenni fa; succede adesso che assistiamo increduli ad una repentinità nella trasformazione che non credevamo possibile. Come un bombardamento che in pochi secondi distrugge un intero quartiere, l’epidemia ha abolito, almeno temporaneamente, le più consuete forme della vita sociale. Una condizione drammatica che tuttavia ci consente di riprogettare il nostro essere cittadini, riformando il nostro rapporto con il commercio, con la tecnologia, con l’ambiente, con il lavoro, con la formazione, in uno stile di vita più sostenibile (12). Assumendo definitivamente il digitale come strumento di democrazia per tutti e non di ricatto da parte di pochi per rimodulare consapevolmente, anche alla luce di valori che avevamo dimenticato, quelle infrastrutture in grado di tradurre, anch’esse, le più intime ragioni della (nuova) vita quotidiana. Riconfigurando il nostro modo di “riempire il tempo”, cosicché, «dopo aver fatto l'esperienza della sospensione delle nostre abitudini, […] non ci si muovesse nell'unica forma che è il divertissement, la distrazione, che poi è sostanzialmente distrazione da sé» (13).
Poiché «usciremo da queste case, certo, ma non per rimetterci in un tram affollato o per lavorare venti ore al giorno perché quel mondo, fortunatamente, oggi o domani crollerà» (14). Ma nelle smart cities degli anni Venti, che avranno fatto tesoro di ogni energia positiva esplosa in tempo di crisi, avremo la possibilità di guardare con affezione, una certa familiarità e senza rimpianto, un ragazzo in bicicletta che sorride inseguendo quel tram in una città di centoventi anni fa (15).
20 aprile 2020

1) Cfr. Valentina Muzi, Contenuti culturali online, ma c’era bisogno del Covid-19? Intervista a Giulio Alvigini, in «Artribune», 14 marzo 2020, https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2020/03/contenuti-culturali-online-ma-cera-bisogno-del-covid-19-intervista-a-giulio-alvigni/, consultato il 23 marzo 2020; Mario Francesco Simeone,Ipotesi di postnormalità dopo l’emergenza Coronavirus, tra arte e serie tv, in «Exibart», 16 marzo 2020, https://www.exibart.com/attualita/ipotesi-di-postnormalita-dopo-emergenza-coronavirus-tra-arte-e-serie-tv/, consultato il 23 marzo 2020; Santa Nastro, Appunti dall’isolamento: sistema dell’arte e Coronavirus, in «Artribune», 18 marzo 2020, https://www.artribune.com/arti-visive/2020/03/isolamento-sistema-arte-coronavirus/, consultato il 24 marzo 2020.
2) Cfr. Michele Bocci, L’estate perduta, in «la Repubblica», 21 marzo 2020, https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/03/21/news/l_estate_perduta-251937566/?ref=RHPPTP-BH-I251749352-C12-P6-S5.4-T2, consultato il 22 marzo 2020.
3) Gli effetti della pandemia sul modo in cui vivremo gli spazi sociali anche dopo la fase più acuta, nella previsione che le restrizioni dovranno rimanere o ritornare periodicamente vigenti fino alla scoperta e diffusione del vaccino (per il quale si prevede ad oggi un periodo di almeno un anno), sono al centro di numerose riflessioni, stimolate da uno studio dell’Imperial College di Londra i cui risultati sono stati argomentati in un articolo comparso sulla MIT Technology Review. Cfr. Gideon Lichfield, We’re not going back to normal, in «MIT Technology Review», 17 marzo 2020, https://www.technologyreview.com/s/615370/coronavirus-pandemic-social-distancing-18-months/, consultatoil 25 marzo 2020.
4) I confronti tra fotografie della cronaca attuale e dipinti dal Rinascimento alla Metafisica pullulano sul web. In un post di Domus su Instagram, tre dipinti di città ideali sono accompagnati dall’esortazione ad ammirare le città che oggi sono vuote: «Letusthereforeadmireourcitiesemptytoday, in theirperspective and geometricperfection. They will tell us who we are and what we will become»: https://www.instagram.com/p/B-CV2IGha_6/?igshid=pflcaxk144y9, consultatoil 24marzo 2020.
5) Nella gravità della situazione che l’intera comunità sta affrontando, si stenta a indulgere rispetto a simili episodi. Cfr. Massimiliano Tonelli, Andare in giro a fotografare le città deserte durante la quarantena è da imbecilli, in «Artribune», 17marzo 2020, https://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/politica-e-pubblica-amministrazione/2020/03/fotografie-citta-coronavirus/, consultato il 22 marzo 2020.
6) Cfr. Valentina Muzi, Le webcam sulle piazze e i monumenti d’Italia completamente deserti. Scenario atroce ma bellissimo, in «Artribune», 12 marzo 2020, https://www.artribune.com/progettazione/architettura/2020/03/le-webcam-sulle-piazze-e-i-monumenti-ditalia-coronavirus/, consultato il 20 marzo 2020.
7) Vd. nota 3.
8) Cfr. Danilo Taino, Che mondo sarà, dopo il Coronavirus?, in «Il Corriere della Sera», 21 marzo 2020, https://www.corriere.it/esteri/20_marzo_21/che-mondo-sara-il-coronavirus-64d6a208-6b4a-11ea-8bdc-8d7efa0d8720.shtml, consultato il 24 marzo 2020.
9) Milano: Piazza del Duomo, regia di Giuseppe Filippi, Produzione Lumière, 1896, https://www.cinetecamilano.it/biblioteca/catalogo/record/1647, consultato il 26 marzo 2020.
10) Napoli e il Vesuvio, 1925-1932, https://www.cinetecamilano.it/biblioteca/catalogo/record/1551, consultato il 26 marzo 2020.
11) Guida per camminare all’ombra, regia di Renzo Renzi, Columbus Film, 1954, https://festival.ilcinemaritrovato.it/il-cinema-ritrovato-fuori-sala-3/, consultato il 26 marzo 2020.
12) L’urgenza di affrontare in maniera strutturale ogni discorso sul futuro globale a partire dalla crisi che stiamo attraversando è sottolineata da più parti; a fronte di un più che probabile inasprimento dei già forti squilibri ambientali, economici, sociali, in molti avvertono la necessità di ripensare le strutture economiche in funzione di una maggiore sostenibilità in grado di attenuare contraddizioni che l’epidemia di Covid-19 ha reso più che mai lampanti. Il filosofo Leonardo Caffo ha scritto nei giorni scorsi: «Si fa in questi giorni un uso ricorrente dell’espressione “tornare al mondo normale” come se ciò che vivevamo prima del Covid-19 fosse davvero normale: disgregazione sociale, povertà, sfruttamento animale, distruzione dell’ambiente, danni sempre maggiori al pianeta e alle cose della natura, potevano forse apparire normali alla sparuta fetta di umanità occidentale convinta che gli ultimi cinquant’anni di benessere diffuso fossero la norma mentre invece erano l’alterazione che si reggeva su guerre altrui, carestie, sfruttamento dei paesi sottosviluppati, eliminazione brutale della diversità» (Leonardo Caffo, Manifesto per un dopo che era un prima, 2020, http://www.minimaetmoralia.it/wp/manifesto-un-un/, consultato il 26 marzo 2020). Ne Il punto del 25 marzo, Paolo Pagliaro mette in luce come la gran parte degli aspetti che caratterizzavano il mondo occidentale si basasse su previsioni oggi rese impossibili dalle incertezze sulla fine dell’emergenza (dalla riapertura delle scuole, all’andamento dei mercati, all’erogazione delle pensioni e degli stipendi, alla ripresa delle attività imprenditoriali), e conclude il servizio affermando: «L'impossibilità di prevedere nasconde anche un'opportunità, che è quella di non affannarsi a indovinare il futuro ma di cominciare a costruirlo, facendo tesoro degli errori del passato» (Paolo Pagliaro, Il punto, in «Otto e mezzo», 25 marzo 2020, https://www.la7.it/otto-e-mezzo/video/il-punto-di-paolo-pagliaro-limpossibilita-di-prevedere-25-03-2020-315751, consultato il 26 marzo 2020.
13) Cit. Umberto Galimberti in un’intervista rilasciata a Speciale Frontiere “Diario di una pandemia”, Rai 1, 27 marzo 2020.
14) Leonardo Caffo, op. cit..
15) Veduta dal finestrino posteriore di un tram, Produzione Lumière, 1896-1898, https://www.cinetecamilano.it/biblioteca/catalogo/record/1644, consultato il 26 marzo 2020.