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arte e oltre / art and beyond
rivista trimestrale di arte contemporanea
ISSN 2284-0435

L’installazione di Hito Steyerl al Macro di Roma

Patrizia Mania
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“C’era una volta un robot che giocava a scacchi”. Sembrerebbe questo l’incipit della mostra Mechanical Kurds di Hito Steyerl ospitata dal MACRO di Roma per la cura di Alice Labor (1). La peculiarità di Steyerl, tra le più attente e acute analiste del mondo digitale, è di indagare da anni le relazioni che intercorrono tra immagini, potere e tecnologie contemporanee. Non smentisce il presupposto questa specifica installazione in cui si assiste ad un multiforme racconto che esplora i rapporti tra lavoro digitale, intelligenza artificiale, conflitti geo politici e produzioni di immagini.
La complessa video installazione, commissionata all’artista lo scorso anno dal Jeu de Paume di Parigi e dal New Museum di New York, prende spunto, mutuandolo nel titolo, dal nome e dalla storia di un automa del XVIII secolo chiamato il “Turco meccanico”. Costui era stato ideato dall’inventore Wolfgang von Kempelen e fu presentato per la prima volta alla corte dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria. Si trattava in realtà di un finto automa che giocava a scacchi. Raffigurato come un manichino con il busto e la testa di uomo mediorientale con un turbante in testa si presentava esibendo i propri ingranaggi meccanici seduto di fronte ad una cassa di legno che ospitava una scacchiera. Presentato come una macchina conteneva però al suo interno un abile giocatore di scacchi che muovendo le pedine sfidò nell’inganno autorevoli personaggi del passato incassando svariate vittorie. Nel tempo il suo mistero fu svelato. Non c’è ormai dubbio alcuno che al suo interno agisse un essere umano, probabilmente un uomo di bassa statura ma si è ipotizzato anche potesse essere una donna. Nel tempo incuriosì grandi platee, tra cui lo sguardo rapace di Edgar Allan Poe che ne fece una controversa narrazione.
L’interesse per questa storia è proseguito negli anni giungendo fino ai nostri giorni ispirando recentemente il colosso dell’e-commerce Amazon che nel 2005 ha creato la piattaforma Amazon Mechanical Turk (MTurk) (2) con lo scopo di permettere alle aziende di pagare – sottopagare - migliaia di lavoratori remoti in tutto il mondo per svolgere piccoli lavori digitali (HIT) di addestramento degli algoritmi. Negli esiti, così come davanti all’automa del Settecento, gli utenti vedono un processo digitale fluido che sembra automatico e autonomo anche se dietro le quinte ci sono stati esseri umani. Più esattamente lavoratori invisibili reclutati a costi bassissimi. Etichettare immagini, correggere testi, istruire algoritmi: queste le loro mansioni.  Proprio come nel “turco meccanico”, dentro la macchina ci sono dunque anonimi operai che come in una catena di montaggio hanno trasformato dati grezzi provenienti da internet (immagini, testi, audio, video) in risorse per gli algoritmi. Milioni di lavoratori/manovali hanno dunque svolto per paghe irrisorie micro compiti ripetitivi (identificare segnaletiche, paesaggi, vestiti…).
 Ispirandosi a sua volta a questa storia, Steyerl ne mutua il nome declinandolo come “Curdi meccanici” e così mettendo a segno un’operazione di bouleversement critico politico che attualizza il tema della mistificazione nei nostri perturbanti giorni alle prese con l’IA.
All’interno del suo video appaiono immagini documentarie girate nel campo profughi di Domiz, nel Kurdistan iracheno, e immagini generate dall’IA. Dietro la “sua” macchina ci sono soprattutto i corpi, i territori e i conflitti delle voci narranti appartenenti a tre profughi curdo siriani che svolgono un lavoro per lo più sconosciuto rimanendo normalmente fantasmi invisibili nei processi di creazione della cosiddetta intelligenza artificiale. Le voci e i corpi narranti, protagonisti di questa storia, sono stati infatti impegnati in attività di classificazione di immagini nelle cosiddette bounding boxes. Queste ultime sono riquadri di delimitazione all’interno dei quali si annotano per macro categorie delle immagini. Evocate nell’impianto installativo della mostra anche dalle apposite sedute riservate agli spettatori, in tal modo immersi nei processi narrati, i tre protagonisti del video vi hanno lavorato per classificare immagini. Ripresi per lo più di spalle, quasi a volerne sottolineare l’anonimia, confidano di non aver avuto informazioni precise sul progetto. Lo dichiarano per esempio percorrendo paesaggi innevati che potrebbero essere ovunque “in verità non so dove si trovi” - “in Germania, Norvegia, Svizzera” o città simil cinesi o anche grandi piazze monumentali forse “potrebbe anche essere Berlino”, benché alla fine “tutte le strade siano uguali”.
Il video si colloca a metà strada tra documentario, racconto di finzione e storia dei singoli lavoratori e degli attuali contesti geo politici. Ruotando attorno alle esperienze lavorative di questi “lavoratori fantasma” che si sono cimentati nell’addestramento dell’intelligenza artificiale, la storia ha nella ricaduta sulla realtà dei conflitti geopolitici un epilogo distopico finendo infatti a loro volta i personaggi per diventare bersaglio di droni lanciati dai turchi nell’offensiva anti curdi. In questa circolarità si depotenzia il riscatto dell’umano dopo l’umano, che pure sembrava potesse essere la chiave di volta del racconto, per implodere a causa di un’altra tecnologia nella cruda realtà dei conflitti politici.
Il lavoro sommerso in contesti di conflittualità e di inevitabile precarietà è, come questo lavoro evidenzia, una risorsa sfruttabile a basso costo da parte delle grandi aziende tecnologiche la cui economia si basa fondamentalmente su monopoli estrattivi di risorse umane ed energetiche. Su questa constatazione, proprio ponendo alla ribalta del racconto operatori fantasma reclutati a basso costo in territori a densa tensione politica, Steyerl ne indaga la condizione e la produzione calata nella cruda realtà che li rende ad un tempo sfruttati e vittime della violenza politica per la quale sembrerebbero essere quasi fisiologici e insignificanti effetti collaterali.
L’immersività dell’installazione mette lo spettatore nella disposizione di essere o quantomeno provare a essere al posto loro. E in questo gioco delle parti niente appare più come potrebbe sembrare.
Avvertendoci delle insidie, l’espediente a cui ricorre l’artista sovverte e riscatta in un certo senso l’umano dopo l’umano. Lo sovverte perché ne svela i retroscena dal punto di vista di chi effettivamente ha svolto alcune mansioni. Riscatta l’umano perché dietro questa storia non ci sono anonimi manovali ma persone con storie e destini incrociati del trovarsi qui e ora imbrigliati e ingannati da economie e sistemi di potere a cui sono sostanzialmente estranei.
Attraversando le loro storie, l’artista ne denuncia lo sfruttamento e in un raggio ulteriore il globale cinismo che vi fa da sfondo osservando come lei stessa ha scritto altrove che anche solo “limitandosi alla generazione di immagini, alcuni strumenti di IA generativa potrebbero risultare utili, forse persino interessanti, se non fossero così profondamente radicati in sistemi di espropriazione e spreco”. (3)

Ottobre 2026
1) Hito Steyerl, Mechanical Kurds, a cura di Alice Labor, 29 aprile – 1°novembre 2026.
2) Mechanical Turk di Amazon era nato per far svolgere a persone quel che ancora le macchine computazionali non riuscivano a fare, proprio di recente, il 30 settembre di quest’anno la piattaforma è stata però definitivamente chiusa, forse anche perché, benché non sia stato in alcun modo ammesso, il contributo umano è nel frattempo divenuto superfluo. 
3) Hito Steyerl, Medium Hot (+*) Intelligenza artificiale e immagini ai tempi del riscaldamento globale, Timeo, 2025, p.14.